high rise

La sezione Festa Mobile di questa 33esima edizione del Torino Film Festival contiua a deliziarci con anteprime di grande valore. Ieri è stato il turno dell’atteso High Rise, il thriller fantascientifico con protagonista un cast letteralmente stellare: Tom Hiddleston, Jeremy Irons, Sienna Miller, Luke Evans, Elisabeth Moss, Stacy Martin, sono il fulcro del distopico teatro umano di Ben Wheatley, in cui la convivenza all’interno di un grattacielo di lusso, frutto di un progetto futuristico realizzato in una zona residenziale di Londra, finisce ben presto per mettere in luce il lato oscuro ed animalesco che si cela dietro ogni esistenza “per bene”.

Homo homini lupus

Tratto dal romanzo del 1975 Il Condominio (High Rise), di James G. Ballard, la pellicola sceneggiata dalla stessa moglie del regista Amy Jump è una sintesi potentemente metaforica della società in generale, fatta di scalate verso un potere sempre più “alto” ma basata su un ordine solo apparente, forzatamente ottenuto grazie alla rigida adesione a regole la cui efficacia può venir meno grazie al più banale degli imprevisti: l’uomo, lasciato solo al cospetto della propria natura, finisce per esprimere il lato primitivo di se stesso, distruggendo l’ordine faticosamente ottenuto e ricominciando da capo la ricostruzione di un successivo, precario equilibrio.

high rise
Il poster del film

High Rise: feroce metafora della società moderna

High Rise si svolge interamente all’interno di un condominio di lusso, una vera e propria città verticale dotata di tutte le comodità ed i servizi utili ad un’esistenza agiata: scuola materna, supermercato, banca, parrucchiere, ristoranti, piscina, palestra, il tutto collegato da ascensori ad alta velocità. Specchio dell’ordine sociale che vige nel mondo esterno, gli appartementi sono strutturati in modo differente a seconda del piano in cui sono collocati: più basso è  più piccole ed economiche sono le case, viceversa più si arriva in alto e più il lusso caratterizzaa le dimore, fino ad arrivare all’attico, sede dell’auriga dell’intero progetto: l’architetto Anthony Royal (Irons).

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Una scena del film

Il dott. Robert Laing (un Hiddleston in forma smagliante), un medico apatico, che non si decide a praticare la professione preferendo l’insegnamento universitario,   si accorge poco dopo il suo arrivo nel condominio di quanto i rapporti fra gli abitanti siano mediati da potenti antagonismi velati da un’apparente affinità di gusti ed attitudini: un improvviso blackout è l’occasione per liberare la vera natura dei condomini, la cui indole impulsiva e ferocemente opportunista diviene la protagonista di una vera e propria guerra per la conquista del controllo dell’edificio. L’odio di classe si fa strada, insieme all’espressione di ogni istinto primordiale: mangiare, fare sesso ed eliminare i rivali divengono gli obiettivi principali, in una battaglia la cui unica legge rimasta in vigore è quella preistorica che vede trionfare il più forte. 
In testa alla scalata verso il potere il giornalista documentarista Richard Wilder ( un irriconoscibile Luke Evans), determinato a spodestare dal suo attico il divino  architetto Royal e a conquistare il controllo assoluto dell’edificio.

High Rise affianca all’ndiscutibile talento dei suoi protagonisti una regia incalzante e dal grande impatto scenico, capace di far immergere lo spettatore in questo mondo indesiderabile quanto drammaticamente affine alla realtà. Sostenuto da una colonna sonora eccentrica ed evocativa, l’unica reale pecca che si può trovare al film è una durata eccessiva, laddove alcune scene che mettono in luce la degenerazione animalesca dei personaggi finiscono per essere ridondanti e poco utili nell’economia della narrazione.
Un film  che è essenzialmente analisi delle insidie che si celano dietro ogni sistema capitalistico, destinato a fallire a causa della natura stessa dei suoi fragili ed instabili protagonisti; gli esseri umani. Assolutamente da vedere.

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