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Chernobyl, Ucraina, 26 aprile 1986. È notte piena quando dalla centrale nucleare sovietica viene dato l’allarme. Ciò che succederà in quelle ore, e nel tempo a seguire, sarà uno dei più grandi disastri ambientali e umanitari della Storia dell’Uomo. Di recente, l’attenzione del pubblico è tornata a concentrarsi su questa catastrofe forse fin troppo taciuta, se consideriamo la sua vicinanza nel tempo e nello spazio (almeno dal punto di vista di chi scrive). Per questo si può ringraziare la miniserie HBO Chernobyl – appunto – che mette insieme un cast eccezionale e un team di scrittura ed effetti speciali di altissimo livello per raccontare nuovamente al mondo questo capitolo di storia recente.

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Tuttavia, al di là della fiction che ha sconvolto il pubblico, si leva anche la voce di autori meno noti, ma non per questo meno ispirati. Il documentario Stalking Chernobyl: Exploration After Apocalypse di Iara Lee (brasiliana, di origini coreane) prende spunto dalla visione profetica di Andrej Tarkovskij per raccontare cosa è rimasto di quel luogo martoriato e come la Natura e l’Uomo hanno reagito agli eventi del 1986.

Stalking Chernobyl: Exploration After Apocalypse un racconto preciso e compatto

stalking chernobyl cinematographe.it

Con i suoi 56 minuti di durata, Stalking Chernobyl riesce a descrivere in maniera esauriente e precisa ciò che avviene nei territori contaminati. Il documentario parte da un breve riassunto (eppure dettagliato e adeguato a raccontare il quadro in cui ci si muove, senza dare nulla per scontato) della tragedia del 1986 per passare, poi, al fenomeno degli stalker – di tarkovskiana memoria – che continuano ad attraversare l’area del disastro. Questi gruppi di esploratori si differenziano dai turisti, inquadrati in un meccanismo economico che giova alla rinascita della società limitrofa, perché svolgono i loro percorsi in maniera indipendente, arrivando anche in zone normalmente vietate.

Grande protagonista del documentario, il paesaggio spettrale che accoglie questi visitatori. La natura, sia animale sia vegetale, ha giovato – almeno in apparenza – dell’assenza dell’Uomo, riproducendosi selvaggia e pericolosa. Ma il vero pericolo è quello invisibile delle radiazioni, che hanno reso ogni pianta e ogni animale portatori di un male a lungo termine, che può sfociare (le percentuali di rischio sono altissime) nella comparsa di masse tumorali.

Cosa resta di Chernobyl?

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La fascinazione degli stalker verso Chernobyl sfocia anche in manifestazioni costruttive, che consacrano l’esperienza di un viaggio in una terra permeata di dolore e traumatizzata dall’antropizzazione. Artisti, videomaker, sportivi e tour operator: tutti sono in qualche modo uniti dal desiderio di non abbandonare quella terra a se stessa. La sensazione che l’area del disastro sia stata chiusa in una bolla, non solo per proteggere le persone, ma per dimenticare un grosso fallimento tecnologico e per arginare lo smacco inflitto all’immagine dell’Unione Sovietica è molto presente. Per questo motivo gli stalker ritratti da Iara Lee hanno un’aria ribelle, libera, che assume anche inaspettati connotati politici. Ma non è, forse, ogni manifestazione di libertà, un messaggio politico? Non per altro, una delle iniziative riguarda anche il concetto di internazionalità della tragedia, associando ciò che è successo in Ucraina nell”86 a ciò che è successo a Fukushima nel 2011. E, conclude la regista nei titoli di coda, a ciò che continua a succedere continuamente in tutto il mondo.

Iara Lee sceglie una storia suggestiva e si preoccupa di trasmetterla allo spettatore senza indugiare in compiacimenti stilistici, eppure dando al respiro dei paesaggi, dei ritratti naturali a volo d’uccello il giusto tempo per poter trionfare in tutta la loro sinistra e ambigua purezza. Dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo: ai grandi territori (in)contaminati, Iara Lee accosta anche diverso materiale di repertorio, che trasmette – nel suo stile antiquato – l’agghiacciante pezzo di storia delle responsabilità, delle vittime e delle conseguenze immediate del disastro nucleare. A questi due estremi, si alternano le interviste di chi è protagonista del fenomeno al centro del documentario e di chi questo fenomeno lo contesta. Il tutto con un equilibrio importante, con un gusto e una delicatezza che – dopo il trattamento in salsa horror della fiction HBO – conferisce alla tragedia un tono completamente differente.

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