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L’isolamento può tirare fuori il peggio delle persone. L’allontanamento da uno stato naturale, dove gli scambi e le relazioni personali diventano condizione quotidiana con gli altri, tende ad acuire sentimenti di disturbo e discordia, portati all’apice dall’impossibilità di sfuggirne e rendendone anche il minimo spostamento d’aria, la più piccola increspatura dell’acqua, il terremoto per far crollare tutto. Ipocrisie, maschere, ruoli sociali. Coperture dietro ruoli famigliari che non hanno più valore nella forzatura in cui sono costrette e possono ritirare fuori liberamente l’istinto animale che è in ognuno di noi.

E in Some Beasts – titolo originale Algunas bestias – queste convenzioni cadono irrimediabilmente sul suolo fangoso del terriccio di un’isola dispersa, di una proprietà che una coppia di sposi vuole rimodernare per renderla luogo di pace e di accoglienza per tutti coloro che desidereranno allontanarsi dal caos della vita di tutti i giorni. Ma è nelle peggiori condizioni che l’isolotto si trova all’arrivo dei genitori di Ana (Millaray Lobos), i benestanti Dolores (Paulina García) e Antonio (Alfredo Castro), a cui la figlia dovrà chiedere un prestito per poter avviare l’attività insieme al marito.

Some Beasts – I segreti indecenti di una famiglia per beneSome Beasts, cinematographe

Mancanza di acqua, nessuna barca per tornare sulla terraferma, tensioni che divampano al piccolo furto di un rossetto per le labbra. Ogni gesto, ogni azione in Some Beasts genera l’esplosione incontrollata e viscerale dei componenti della famiglia, per l’opera scritta da Nicolás Diodovich insieme allo stesso regista Jorge Riquelme Serrano.

Oltre ad essere reclusi su di una piccola isola del sud del Cile, i personaggi vengono vincolati ulteriormente dalla regia di Serrano, fissi per lunghe sequenze in camera statica, mentre l’azione di svolge in primo piano o in profondità, senza mai scegliere di proseguire per analizzarne i dettagli e lasciandosi inglobare dalla realtà nella casa e al di fuori dei protagonisti. È la prigionia quella che Some Beasts deve evocare, che non è solamente quella fisica di un posto escluso dal resto del paese, ma un asservimento mentale che influenza, per i diversi segreti che li trattengono, i membri del nucleo principale del film, disposti a fingere amorevolezza fin quando le ore da trascorrere insieme saranno limitate, ma in principio di sgretolarsi al successivo passare dei momenti.

E non solo con la regia statica e soffocante il cineasta inquadra i propri protagonisti, ma anche attraverso uno scorgerli fluido e strisciante con cui l’autore ne cerca insistentemente i volti, soffermandosi saltuariamente su quello di ognuno e mostrandone quell’irrequietezza che, agli altri partecipanti, non è permesso cogliere. Quell’impurità che non è dato sapere, vista la grande e perversa tragicità che potrebbero ravvisarne i familiari e che verrà nonostante tutto allo scoperto, nell’ingestibile convivenza di personalità inquiete e concitate.

Some Beasts – Tanti malesseri, poca tessitura narrativaSome Beasts, cinematographe

Eppure, pur con il potenziale per suggestionare il disagio e la sgradevolezza del luogo e di quei personaggi che vanno a popolarlo, Some Beasts non arriva a sollecitare il malessere che le interiorità e le scelte dei protagonisti portano a elaborare. È lo spargere indizi e risvolti che porta la pellicola ad arrestarsi costantemente, a non procedere dritta per scavare veramente nella vergogna di quella famiglia, scegliendo di farlo poi tutto insieme in un’unica, estenuante scena sul finale, in una violenza posta più a impressionare con infima scaltrezza che a sopraggiungere come inevitabile conclusione di istanti disperatissimi.

Pur chiaro nelle proprie intenzioni, ma poco incisivo e argomentativo nel delinearne, Some Beasts è la percezione che non riceve in cambio concretezza – se non sfacciata – delle dinamiche relazionari tra i personaggi. Un’isola che scatena le indecenze della famiglia, ma non intesse nulla se non momenti sporadici di clamore, per una storia che avrebbe dovuto cuocere a fuoco lento, per poi far e farci bollire, fino a non poter più resistere davanti a tanto dolore.

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