voto del pubblico 1.0/5
voto finale 1.8/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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È andata più o meno così: a febbraio, nelle sale cinematografiche cinesi, è planato un oggetto non ben identificato che ha stravolto aspettative e botteghino. Si chiamava (e si chiama) The Wandering Earth, è costato il corrispettivo di 50 milioni di dollari e ne ha incassati – udite udite – 700. Un miracolo, per un mercato abituato ad abbeverarsi alla fonte del blockbuster americano senza potersi mai realmente permettere un’alternativa autoctona che non sfoci nell’autoparodia e nello Z movie in stile Asylum (ma inconsapevole). The Wandering Earth, dunque, aveva essenzialmente dimostrato una cosa: la voce creativa cinese poteva essere ascoltata, la lotta per creare film con un appeal globale era stata finalmente vinta.

L’occasione, ghiottissima, non poteva essere ignorata. Ed ecco dunque che ad agosto sbarca nei botteghini una nuova opera sci-fi, con tutti i crismi per bissare il successo del predecessore: un budget di 60 milioni, la garanzia di un romanzo bestseller in patria (Once Upon A Time in Shanghai di Jiang Nan) e la presenza nel cast della superstar Shu Qi e dell’ex pop idol Lu Han. Una storia già scritta, insomma, ma l’epilogo è stato diverso da quanto ci si aspettasse: Shanghai Fortress è stato un vero e proprio disastro commerciale, tale da portare regista e sceneggiatore a pubbliche scuse on-line sul portale di microblogging Weibo (corrispondente al nostro Facebook).

Shanghai Fortress: battaglia per la Terra

Shanghai Fortress cinematographe.itIn effetti, è difficile trovare argomentazioni convincenti per difendere, da qualunque punto di vista, questo enorme pasticcio visivo e narrativo. La storia – che è quella di una Shanghai del futuro divenuta ultimo baluardo contro l’invasione degli alieni, a caccia della preziosissima fonte di energia Xianteng – fa acqua da tutte le parti. Anzi, è talmente tanto scritta maldestramente e grossolanamente che sembra di stare di fronte, più che a una sceneggiatura piena di buchi, a un buco enorme con tracce qua e là di scrittura. L’enigma, probabilmente, è di più facile risoluzione di quanto possa sembrare: come potrebbe mai stare in piedi un film che è la copia carbone di un altro film che a sua volta emulava un’altra pellicola (o per meglio dire, una tipologia di cinema, quello di fantascienza americano)?

Perché Shanghai Fortress, nella sua totale mancanza di personalità, ricalca pedissequamente la struttura di Transformers (per il quale, non a caso, il pubblico cinese è letteralmente impazzito), le trovate di Pacific Rim e l’estetica del mai dimenticato Independence Day. Senza vergogna ma, soprattutto, senza uno straccio di idea originale e personale. In questa curiosa e straordinariamente ingenua battaglia per il pianeta Terra, la mancanza cronica di contenuto porta anche a una improbabile deriva sentimentale, con la retoricissima sottotrama della storia romantica (immaginata) fra il cadetto Yang Jiang e la vice comandante Lan Lin. Una parentesi ideata per stiracchiare la durata del film, e per provocare un minimo di languore emotivo nella fanbase dei due divi che hanno fatto da traino alla sfortunata operazione.

Shanghai Fortress: sono solo robottoni

Shanghai Fortress cinematographe.itSe non si combatte nei cieli contro gli alieni meccanici (di cui sappiamo solo che provengono da una nave madre che periodicamente fa capolino al di sopra del cupolone che protegge la città), con un utilizzo della CGI che definire imbarazzante e camp è poco, ci si ferma a terra o per abbandonarsi alla voce off del protagonista che si strugge d’amore nascosto o per vivere momenti di cameratismo e fratellanza che si vorrebbero pregni di critica sociale (“Sono il creatore della mia catastrofe”), di riflessione filosofico-umana (“L’amore, il lavoro, gli affetti… tutto diventa inutile di fronte alla guerra”) e di sovradimensionato e gelido patriottismo (“La fortezza non è lo scudo, non sono gli aerei, non è lo Xianteng: è il coraggio dentro ognuno di noi”).

Un flop di proporzioni epiche, che non si avvale purtroppo neanche di quell’aura scult che potrebbe permettergli da un momento all’altro una coraggiosa rivalutazione. Ma la critica cinese, per quanto spietata nel giudizio su Shanghai Fortress, ne ha anche tutto sommato relativizzato le responsabilità e i reali demeriti. La mancata comprensione di questo sci-fi romance movie (???) da parte di spettatori e opinione pubblica potrebbe essere parzialmente attribuita al nuovo “falso” standard stabilito dal suo predecessore fantascientifico, The Wandering Earth. Che, tuttavia, rappresenta un’eccezione alla regola tanto felice quanto illusoria. Probabilmente un anno fa nessuno si sarebbe poi così lamentato del film di Teng Huatao, che altrettanto probabilmente non avrebbe superato i confini nazionali evitando così di esporsi al pubblico ludibrio mondiale.