voto del pubblico 3.0/5
voto finale 2.4/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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La leggenda (poi verificata) voleva che Harrison Ford avesse scelto personalmente la sua partner di scena di Sei giorni, sette notti, Anne Hache, interprete dalla biografia tumultuosa, preferendola ad attrici ben più note e patinate come Gwyneth Paltrow, Julia Roberts, Meg Ryan e Uma Thurman. Lei, chic e vagamente androgina, era secondo lui perfetta nella parte di Robin, vice-caporedattrice di un femminile rivolto alle giovani bene del downtown newyorchese, tra l’altro in odore di nozze, che durante una vacanza con il promesso sposo naufraga insieme al ruvido ed eccentrico pilota Quinn (interpretato dallo stesso Ford), un Rambo più anziano di parecchi anni, in un isolotto sperduto del Pacifico. Non aveva torto. L’innamoramento tra due personaggi agli antipodi – lei volitiva e in carriera; lui ritirato e in cerca di pace – si consuma lento nei minuscoli brandelli di tempo sottratti alle necessità della sopravvivenza, tra bufere rapinose, zolle di terra che franano e inghiottono, incursioni terrifiche di pirati assassini, tuffi potenzialmente letali da rupi vertiginose. 

Sei giorni, sette notti - Cinematographe.it
Gli interpreti Harrison Ford e Anne Hache

Sei giorni, sette notti: una commedia romantica e rocambolesca sui twist della vita

La qualità di questa commedia del 1998 risiede tutta nella sobrietà con cui è costruita, nonostante l’inverosimiglianza delle vicende a dir poco adrenaliniche che vi trovano rappresentazione. Ci racconta di un mondo che non esiste più e che solo i film di consumo continuano a preservare e a testimoniare in un modo che oggi ci appare così deliziosamente nostalgico: si tratta della società inconsapevolmente spensierata della fine degli anni Novanta quando ancora prendere un aereo era tutto sommato un’attività quotidiana e disinvolta, praticata senza l’ansia di essere controllati o di andare incontro a molteplici spiacevoli inconvenienti. Poi, è vero, nel film lo spiacevole inconveniente accade ma, appunto, è presentato come eccezionale, identifica l’elemento propriamente romanzesco e inatteso della storia.

Perdersi tra le acque dell’Oceano è, in fondo, per i protagonisti un’occasione di ripensare la propria vita: quella di lei è a un bivio decisivo, quella di lui si è lasciata alle spalle una profonda delusione affettiva e numerose altre illusioni di successo. Il lieto fine suggella un’unione imprevista ma salvifica e ci conforta sulla possibilità che gli incidenti della vita ci riservino anche sorprese esaltanti, quella di un amore fuori dai binari prima di tutte. Resta, anche in questo caso incidentale, una lezione affatto pedantesca su quanto la vita decida per noi quando complicarsi o semplificarsi e su quanto sia più dolce assecondare, anziché avversare, il suo arbitrio capriccioso. 

Interpreti in sintonia per una storia d’amore che ancora conquista

Se i dialoghi tra i due protagonisti impegnati in battibecchi possono far sorridere per alcuni residui di schematicità, ugualmente inteneriscono per la loro ingenuità di spie maldestre della neonata passione amorosa. Imperfezioni che si perdonano a una commedia che mescola tutto sommato sapientemente sentimenti e avventura e che olia dignitosamente il meccanismo di contrappunto tra la componente più tesa e romantica (la lotta per la sopravvivenza di Robin e Quinn sull’isola sperduta contro nemici esterni e la lotta interna per riconoscere i propri sentimenti) e quella più comica e innocuamente grottesca (la maldestra ricerca dei naufraghi da parte dei loro rispettivi partner rimasti nel villaggio turistico di Makatea). A guardarlo oggi, Sei giorni, sette notti – tanto doveva durare il viaggio in un’isola della Polinesia francese di Robin e del fidanzato – è ancora in grado di stupire per la bravura e la sintonia dei suoi interpreti principali nonché per il garbo con cui mette in scena le sue peripezie rocambolesche e i tumulti meno appariscenti ma ben più dissestanti del cuore.