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Ogni film con Marlon Wayans finisce inevitabilmente per essere un film “di” Marlon Wayans. Non è per forza un bene, anzi: dai fasti di Scary Movie (2000, che a suo modo ha fatto la storia del cinema demenziale recente, post Scemo & più scemo tanto per capirsi) e White Chicks (2006, che possiede una sua piccola nicchia di cultori) si è passati in rapida successione a operazioni drammaticamente imbarazzanti quali Ghost Movie (2013) e Cinquanta sbavature di nero (2016), prive di qualunque ragion d’essere se non quella di parodiare il maggior numero di film possibili nel minor tempo possibile, senza alcun costrutto. Sei gemelli riesuma un giochino che ormai ha ampiamente fatto il suo tempo: quello dell’attore che si sdoppia – anzi, si moltiplica – in più ruoli, riempiendo lo schermo di svariate versioni di sé medesimo il più possibile macchiettistiche e caricaturali.

Vi ricorda qualcosa? Ovviamente sì: l’espediente è stato più volte utilizzato da Eddie Murphy, ad esempio in Il professore matto (1996) e Norbit (2007), ma i più attenti – e coraggiosi – ricorderanno anche l’incomprensibile Jack & Jill, trionfatore assoluto dei Razzie Award 2011 (gli anti-Oscar, che premiano le peggiori pellicole dell’anno), con protagonista Adam Sandler.

Sei gemelli: un film on the road, alla ricerca della propria famiglia

Sei gemelli cinematographe.it

La trama, per quanto totalmente pretestuosa, merita di essere comunque raccontata: si narra di Alan che, in procinto di diventare per la prima volta padre, decide di conoscere la sua vera famiglia e la sua vera madre, che lo abbandonò alla nascita. Il percorso è a ostacoli, perché alla scoperta del nuovo indirizzo della genitrice si affianca quella dell’esistenza di ben cinque fratelli gemelli. Ci sono Dawn, Ethan, Russell, Baby Pete e Jaspar, ognuno con le sue idiosincrasie e ognuno con la sua piccola storia personale. Per trovarli, Alan si lancia in un improbabile on the road, che diventa pretesto per una sequela di sketch comici e incomprensioni e per alcuni necessari cambi di location che movimentano la vicenda.

Sei gemelli è una commedia patinata, lucida ed educata, che disinnesca – o perlomeno prova a disinnescare – qualunque scorrettezza e cattiveria. Ma il risultato è schizofrenico, perché al respiro familista e didattico che annulla gli estremi fanno da contraltare lo slancio puramente trash e le immancabili gag corporee. Non spingendo chiaramente in nessuna delle due direzioni si resta interdetti: stravaganza non significa per forza di cose intelligenza, e come spesso capita con questo tipo di commedie di puro intrattenimento si finisce per apprezzare qualche battuta e qualche situazione come fossimo di fronte a una stand-up o a un numero preso di peso dal Saturday Night Live.

Sei gemelli: virtuosismi e stereotipi nella commedia Netflix con Marlon Wayans

Sei gemelli cinematographe.itNon si può negare, tuttavia, che Sei gemelli è così – così scollacciato, così inconcludente, così superfluo – perché desidera ardentemente esserlo: avessero voluto essere creativi, gli sceneggiatori (che sono tre, compreso lo stesso Wayans) avrebbero potuto escogitare un elaborato restroscena per spiegare in che modo sei fratelli e sorelle nati nello stesso giorno possano aver avuto esistenze a tal punto diverse. Tra la spogliarellista oversize, il ladro che sembra sbucato dagli anni ’70, il genio (del male) albino e per questo discriminato e l’adulto colpito da paralisi infantile ci sarebbe stato potenzialmente molto da dire.

Ma l’approfondimento – se così si può dire – resta confinato alla blanda rappresentazione del black power, con la solita scenetta dei bianchi che imitano lo slang afroamericano (trovata usata anche in La scuola serale, tanto per fare un esempio recente) e con alcune battute che dovrebbero suscitare ilarità (“Vieni qui a giudicarmi, non sei né Dio né Obama”; “I neri non fanno crack, a meno che non lo fumino”) o sul virtuosismo di trucco e computer grafica, che rende magicamente possibile la compresenza di tutti i fratelli nella stessa sequenza. Troppo poco? Probabilmente sì. Anzi, sicuramente. Ma quando, a fine film, il protagonista giudica stereotipata l’avventura che lui stesso ha vissuto, si capisce che la consapevolezza di Wayans & Co. è piena e che l’operazione, da un certo punto di vista, è inattaccabile. Sapevamo a cosa stavamo andando incontro, e se ci aspettavamo qualcosa di diverso… bé, l’errore è tutto nostro.

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