Venezia72 – Sangue del mio sangue: recensione

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Sacralità e ipocrisia convergono in un’ambientazione cara a Marco Bellocchio che con Sangue del mio sangue porta in concorso alla 72ma Mostra del Cinema di Venezia un’opera criptica, fatta di corridoi in cui fatalità, giustizia e mistero si confondono, ingoiandoci tra i meandri di una pellicola pensata per elogiare il passato, senza smettere di credere nella bellezza prorompente del futuro.

Nella prima metà del film ci si ritrova proiettati nel Convento di Santa Chiara, tra le mura strette, i chiaroscuri dirompenti e i peccati legalizzati del sistema cattolico seicentesco. Il clima sembra essere scosso dall’arrivo di un attraente e giovane guerriero, Federico (interpretato da Pier Giorgio Bellocchio), giunto fin lì per rivendicare la giusta sepoltura del fratello gemello: un prete implicato in una storia d’amore con Benedetta, anch’ella “sposa di Dio”.
Esiste una soluzione per dare pace all’anima del defunto Fabrizio e soprattutto a quella dei suoi cari? Lui che ha ceduto alla disperazione, considerata il più imperdonabile dei peccati, potrà salvarsi al cospetto del Signore solo se la monaca di clausura che l’ha tentato confesserà le sue colpe.

Sangue del mio sangue

Benedetta (Lidiya Liberman) si presenta agli spettatori abbigliata dalla corazza dell’ostinazione e del coraggio, con lo sguardo pulito di chi non teme le regole umane e divine e il mistero sinuoso della sua natura femminea. Come un’innovativa Monaca di Monza (alla cui storia ha dichiarato di ispirarsi il regista) sarà sottoposta alle prove dettate dall’Inquisizione:  prima il taglio dei capelli per appurare la presenza del marchio del diavolo, poi le prove dell’acqua, delle lacrime e del fuoco. Ma nonostante il coraggio e la fiducia riposta in Federico finirà per essere murata viva.
Nella trafila che intercorre dal giudizio alla sua condanna, Federico si trova nella stessa posizione di fragilità del fratello: tentato da quella donna così audace e spregiudicata; tentato al contempo dall’illibatezza delle sorelle Maria e Marta Perletti (Alba Rohrwacher e Federica Fracassi), delle quali è ospite.
“Loro vivono in simbiosi, sono due corpi con una sola testa e anche quando si trovano ad amare, che per loro è una cosa nuova, si aiutano a vicenda”, spiega la Rohrwacher.

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Federico Mai è uno dei fulcri fondamentali di questa storia e la sua smania di trovare un posto nel mondo resiste al tempo trasferendo il suo corpo e il suo modus facendi in un’epoca contemporanea: è la seconda parte della pellicola, segnata dalla personalità inquietante del Conte Blasta (interpretato da un sublime Roberto Herlitzka).
Il suddetto conte, noto a tutti come il ‘Vampiro’, vive da ben otto anni nella prigione disabitata di Bobbio (imbandita di opere d’arte e curata nei minimi dettagli come un hotel di lusso), ignorando il mondo dei vivi e uscendo solo durante le ore notturne. A irrompere nella sua finta mortalità un furfantello di classe – ecco ritornare Federico – il quale, sostenuto da un dubbioso imprenditore russo, dice di voler acquistare le carceri, pena la denuncia!

Spintonati dalla suggestione delle divise i cittadini di Bobbio entrano letteralmente nel panico, mettendo in scena una serie di sketch finemente ricamati da una nota comica (emblematica l’interpretazione di Filippo Timi nei panni del matto), la quale adagio va ad intrecciarsi con la filosofia della decadenza e il trauma della mutazione, impersonata proprio dal Conte Vampiro.
Il personaggio di Roberto Herlitzka sa farsi portavoce di una trasformazione antropologica, quella che racchiud enell’espressione: “la sincerità … un’altra cazzata”, ossia questa moda di dirsi tutto in faccia, di credersi senza maschere e poi di farlo tramite i social network, per carità!

“Questa moda di essere sinceri, adesso tutti si vantano di dire le cose che pensano. Ma non è sempre positivo…” Marco Bellocchio

Insomma è chiaro come anche Bobbio, quel microcosmo pieno di falsi invalidi e cittadini pronti a chiudere un occhio pur di darsi una mano, si sia aperto alla globalizzazione e necessiti di uno svecchiamento, non per forza migliore del precedente.
La pellicola subisce chiaramente un gap temporale inaspettato, fugace e disarmante che, dopo aver messo in parallelo due atti vampireschi diversi (da un lato la chiesa del ‘600 e dall’altra, se si vuole, la politica democristiana, che pur garantendo benessere ha privato la società di quella voglia di cambiare e andare avanti) ci riporta in quel convento in cui si trova Benedetta. Il suo corpo nudo e bellissimo che esce dalle mura disseminando stupore e morte rappresenta l’immagine più autentica della libertà, quella che resiste al tempo, alla delusione amorosa e ai disagi della natura; quella che sopravvive solo per la voglia di affermare la vita, di gridare silenziosamente la propria libertà di essere.

Sangue del mio sangue assembla due storie estreme senza badare alla perfezione degli incastri drammaturgici e temporali e cullando le sequenze con musiche tinteggiate da divismo e classicità, a tratti stravolti dai suoni più rock.
Bellocchio ci regala, ancora una volta, una perla cinematografica in grado di farci rovistare nel presente, adoperando le chiavi di lettura di un passato che ci rimane avvinghiato alle caviglie, provocandoci dal profondo della sua inesistenza con un riso amaro.

Distribuito da 01 Distribution, Sangue del mio sangue esce il 9 settembre 2015 nelle sale cinematografiche.

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