TFF35 – Riccardo va all’inferno: recensione

Riccardo va all'inferno, recensione del film di Roberta Torre con Sonia Bergamasco e Massimo Ranieri. Una rivisitazione pop dell'opera di Shakespeare.

Riccardo va all’inferno è il musical dark psichedelico di Roberta Torre, presentato in anteprima mondiale al Torino Film Festival 2017, nella sezione fuori concorso After Hours. In sala dal 30 novembre, il film ha come protagonista Massimo Ranieri, che interpreta le canzoni di Mauro Pagani e Sonia Bergamasco. L’attrice ha fatto un visibile lavoro per interpretare Lady Anna, la madre di Riccardo, subendo un invecchiamento di più di 30 anni.

Riccardo va all’inferno: un film che avrebbe potuto folgorare totalmente lo spettatore

Riccardo va all'inferno

Scenografia e costumi di Riccardo va all’inferno

Ci sono film che vengono apprezzati per la coerenza, per riuscire, nel complesso, a emozionare o interessare lo spettatore attraverso i diversi linguaggi del cinema.
Altri invece colpiscono per un singolo elemento, che viene affrontato con originalità e talento, ma che inevitabilmente crea uno squilibrio. Se infatti un autore ha buona capacità di scrittura ma racconta una storia piatta, con pochi colpi di scena, vi piacerebbe? Rispondere a questa domanda significa comprendere che tipo di fruitore si è e se Riccardo va all’inferno possa fare per voi.

L’ultima opera di Roberta Torre fa parte infatti della seconda categorie, delle opere che eccellono per una componente cinematografica, trascurando però le altre.
Si tratta della costruzione estetica, dell’impatto visivo che Riccardo va all’inferno ha. Un valore superiore, che stabilisce non solo per la scenografia, il costume, la direzione della luce e delle inquadrature, ma evidentemente anche la scelta degli attori, della musica e la sceneggiatura.

Se ci scordassimo del testo e del valore concettuale che esprime e quindi anche dell’interpretazione, il film Riccardo va all’inferno sarebbe folgorante. Purtroppo però non possiamo prescindere dall’organicità, dalla relazione e interdipendenza che sussiste tra i diversi elementi artistici. Soprattutto, non possiamo ignorare l’ispirazione shakespeariana del Riccardo III.

La tragedia che denuncia la responsabilità del potere nell’innescare fanatismi e comportamenti che minano il benessere di una comunità è semplificata, a tal punto da diventare senza emozione. La concentrazione espressiva crea un disequilibrio con l’espressività del testo, estremizzando l’impatto visivo le parole non trovano la strada per empatizzare con lo spettatore.
Roberta Torre, per rendere credibile l’adattamento di Riccardo III ai nostri giorni, crea un ambientazione pop, con riferimenti al presente in una veste barocca, espressionista, surreale. Così la sua opera funziona per immagini, ha una sua coerenza in questa espressione teatrale, da musical, ma perde invece la relazione tra causa ed effetto.

Riccardo va all’inferno: personaggi bidimensionali e privi di emozione

I personaggi rimangono sospesi in questo immaginario, quasi vacui, bidimensionali, con dei sentimenti che comunicano senza provare. Con delle azioni che arrivano senza comprenderne i reali turbamenti, le motivazioni profonde che invece Shakespeare delinea con sapiente conoscenza dell’animo umano.
Si uccide per divertimento e non per necessità, si accetta il sistema per gioco e non per paura, si lotta per follia e non per ribellione sociale. Ci sono quindi soggetti senza spessore che non giustificano le loro trasformazioni, se non per brevi, se pur intensi, attimi, in cui l’immaginario si apre al malessere che provano e al loro desiderio di autodeterminazione.
Siamo appena fuori Roma, nella nobile villa della famiglia Mancini, un matriarcato in cui a ognuno è concesso di seguire le proprie inclinazione, tranne che a Riccardo. A causa di un incidente da bambino ha riscontrato problemi celebrali e solo adesso gli è concesso di uscire dal manicomio per tornare a casa. La famiglia Mancini tiene le redini della malavita locale e Riccardo vuole ricoprile il ruolo che gli spetta, vendicandosi con i membri della sua famiglia che lo hanno tenuto a distanza a lungo. Le musiche e le canzoni di Mauro Pagani, interpretate da Massimo Ranieri ricamano il dramma che Riccardo vive, quasi rinnegato dalla sua famiglia. Non essendo in grado di perdonare perde la sua umanità e si fa gioco del ruolo di pazzo che gli hanno affibbiato.

Riccardo va all'inferno

Festa dell’incoronazione dei gemelli in Riccardo va all’inferno

Le corografie estroverse ed eccentriche traducono un gusto kitsch che esalta una trasposizione tragicomica del Riccardo III.

Peccato che questo non sia supportato da un ritmo narrativo incalzante, il piano di ascesa del protagonista è infatti abbastanza lineare. Non si percepisce la difficoltà di rientrare nella società dopo un lungo isolamento. Infatti, invece di imparare un nuovo codice comunicativo, Riccardo continua a vivere nel proprio mondo con le regole che lo governano. Manca lo scontro con la realtà, tanto che non riusciamo a credere fino in fondo nella riuscita del suo piano vendicativo. Lo spettatore ne rimane fuori, coinvolto solo superficialmente. Mentre la forma seduce e cattura l’attenzione, i contenuti, il dramma dei personaggi, sono troppo deboli per emozionare.

La forza di Shakespeare è nel saper raccontare come l’uomo sia trasformato dalle esperienze della vita che lo portano a scegliere tra bene e male, quindi a definire chi è. Mentre in Riccardo va all’inferno i protagonisti hanno già scelto chi essere e non fanno altro che giocare il proprio ruolo con leggerezza. Sono marionette (a tal proposito si pensi invece al dramma esistenziale di Otello in Che Cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini, interpretato da Totò).

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 4
Recitazione - 2.5
Sonoro - 3
Emozione - 2

2.8