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Sul grande e piccolo schermo di weekend romantici trasformati in incubi ad occhi aperti ne abbiamo visti un’infinità. Del resto quello delle vacanze amorose destinate a tingersi di sangue, violenza e paura è da considerarsi a tutti gli effetti un must del cinema horror e thriller, sin dalla notte dei tempi dei generi in questione. In tal senso, le disavventure al centro di Red Dot nei glaciali e incontaminati scenari della Valle degli orsi, nel nord della Svezia, scelti dai due protagonisti per trascorrere del tempo insieme nella speranza di ricucire i fili di un matrimonio in crisi, sembrano seguire le traiettorie narrative e drammaturgiche di un copione già scritto, specialmente quando il puntino rosso di un mirino laser (quello che dà il titolo al film) di un misterioso cecchino li costringe a fuggire. Motivo per cui il plot dell’opera seconda di Alain Darborg non sembra lasciar presagire alcuna novità sostanziale o la presenza di ingredienti inediti rispetto alla ricetta classica. Il ché fa prefigurare all’orizzonte l’ennesima minestra riscaldata a base di dinamiche, sviluppi e personaggi già offerti in passato e ampiamente codificati dagli abituali frequentatori dei filoni in questione.

Red Dot: Darborg mescola le carte in tavola per confondere le acque e depistare lo spettatore

Red Dot cinematographe.it

A conti fatti la visione su Netflix, che ha rilasciato la pellicola l’11 febbraio, conferma quanto ampiamente pronosticabile sulla carta, con la timeline che mette lo spettatore al cospetto di una escalation di violenza e di tensione che presenta non poche analogie con precedenti più o meno noti: da Long Weekend a Eden Lake, da Killing Ground a Wolf Creek 2. Si assiste quindi all’ennesima sadica caccia all’uomo con tutto quello che ne consegue, se non fosse che Darborg mescola le carte in tavola per ben due volte per poi tornare alla veste iniziale, passando dal survivor movie al revenge movie e al torture porn, dove l’istinto primordiale diventa la sola via per fronteggiare le bassissime temperature, la natura ostile e le cattive intenzioni di sanguinari esseri umani. Una mutazione genetica momentanea nel DNA del film che chiama in causa il campionario del cinema horror e consente alla scrittura di confondere le acque e depistare il fruitore, quel tanto o poco che basta a riaccendere la fiamma di un interesse altrimenti destinato a smettere di ardere.

Red Dot: un colpo ad effetto ben piazzato cambia le sorti di un thriller altrimenti convenzionale

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A rendere possibile la risalita in quota ci pensa l’elemento mistery, che scorre nelle vene dello script dalla prima all’ultima riga a disposizione. Con e attraverso di esso la scrittura, e di riflesso la sua trasposizione, crea un crescendo di tensione pronto a implodere negli ultimi venti minuti, quando la verità verrà finalmente a galla. Lo scoccare dell’ora rappresenta per Red Dot la svolta che uno spettatore ormai rassegnato attendeva. In quel momento esatto gli autori della sceneggiatura piazzano il colpo ad effetto che cambia le sorti di un film altrimenti fotocopia di altri, di quelli che i cultori della materia sono abituati a vedere da decenni. Quei film pseudo-horror con i malcapitati di turno che finiscono nel mirino di folli squilibrati che uccidono per il solo gusto di farlo. Sappiate che non sarà così, anche se c’è qualcuno che da dietro la macchina da presa farà di tutto per indurre a pensarlo.

Il tourning point, seppur tardivo, porta con sé un drastico cambio di prospettiva

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Il modus operandi messo in atto è sicuramente un po’ macchinoso, a limite della forzatura, ma vi consigliamo comunque di non mollare la presa perché la sorpresina è lì pronta a palesarsi quando meno te lo aspetti. Il tourning point, seppur tardivo, porta con sé un drastico cambio di prospettiva per la storia e i personaggi che la animano. Un cambio che metterà lo spettatore nelle condizioni di non sapere più da quale parte stare, perché anche quelle che possono sembrare delle vittime in realtà non lo sono. Del resto, tutti hanno degli scheletri nell’armadio.