GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE - FILMISNOW

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Dal prologo Raf dà già chiaramente la sensazione di cosa si andrà ad affrontare con la storia della sua protagonista. È su uno sfondo fisso con una figura stagliata sopra che il film di Harry Cepka si apre, presentandoci da subito la sua protagonista e esprimendone già appieno, in meno di qualche secondo, la natura. Una figura che si dimena nell’inquadratura senza alcun freno, generando onde che si propagano e ritornano al suo centro, giocando con i suoni e con gli effetti dando fin da subito l’idea di energia, di follia e di goffa disinvoltura che caratterizza la protagonista.

Torneranno spesso, infatti, il ballo e il ritmo all’interno di Raf, nella discoteca in cui la ragazza vuole soltanto andare a distrarsi, nei teatrini che la giovane dedica a se stessa e ai suoi amici durante le sequenze della pellicola, che nel mostrarne la spontaneità del corpo, parlano della sua interiorità più di quanto servirebbe fare attraverso dialoghi e parole. È l’esistenza di una giovane donna buffa, distratta, lunatica eppure mai insofferente quella descritta dal regista e sceneggiatore stesso del film, la quotidianità di una protagonista che ha accettato il proprio essere, la propria vita, e che cerca di darsi da fare per se e per chi le sta attorno.

Raf – L’energia naturale di Grace Glowickiraf, cinematographe

Ma, nonostante la sicurezza naturale che tanto fuoriesce con schiettezza e in maniera quanto mai semplice e originaria dall’attrice Grace Glowicki, sarà l’entrata nel microcosmo della ragazza della selvaggia e tosta Tal, l’interprete Jesse Stanley, a sconvolgerne i microscopici meccanismi. La conoscenza di quella figura femminile, che sempre la protagonista aveva desiderato poter avere accanto, ne sconvolgerà al suo arrivo le carte poste fino a quel momento in tavola, generando impercettibili cambiamenti nell’esistenza codificata, pur nella sua indipendenza, della protagonista, e aprendola a tutt’altro tipo di mondo e di esperienze.

È il “Mi ha svegliata” di Raf a quantificare l’influenza che il personaggio di Tal ha riservato alla sua vita e che il film segue con altrettanta genuinità, senza eccessi o scelte registiche e narrative smodate. Se Tal riesce, dunque, ad accendere nella donna un animo che pensava assopito o del tutto inesistente, ciò sembra accadere in maniera inversa alla struttura della trama e delle soluzioni del film, che sembra invece arrestarsi gradualmente rispetto alla presentazione della protagonista e il suo averne delineato l’ambiente personale, lavorativo e solitario, adagiandosi sulla bizzarria di quella giovane che veniva però rappresentata già di per sé.

Raf – Il vero Io in quel pastrocchio sul muroraf, cinematographe

Dai movimenti sconsiderati di Raf, dalle sue smorfie facciali, la sua postura impacciata e che non presenta alcun problema nel contorcersi, ritirarsi, allungarsi per poi ripiegarsi nuovamente sul proprio asse, la pellicola cade in una sorta di realtà immobile che è totalmente all’opposto delle possibilità di una protagonista come quella che la Glowicki può e dimostra di offrire. L’opera anestetizza leggermente l’interesse che lo spettatore sente di provare per quell’insolito personaggio, conformandosi a un’atmosfera che l’attrice avrebbe potuto continuamente squarciare, e che invece, nel voler mostrare come, in fondo, è l’essere se stessi a valere più di quell’illusione di convenzione e amicizia, si stabilizza a propria volta, facendo pur cogliere così il messaggio, ma a discapito del palpito e della musicalità della storia.

Una redenzione tutta portata in quella scena finale, nel ritrovare dietro all’artificio – una gigantografia attaccata al muro – il proprio vero essere – un piccolo scarabocchio impresso nel muro -, che ci auguriamo la protagonista ritrovi, anche dopo che per la pellicola si rivela essere troppo tardi.

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