TFF36 – Pity: recensione del film

Un nuovo film del cinema greco che torna a turbare ed estraniare: Pity, l'altra faccia della compassione, che arriva fino all'insano e alla follia.

La piega che sta prendendo il cinema greco è, oramai, tipicamente uguale di opera in opera. Con l’ascesa della genialità grottesca di Yorgos Lanthimos – e apprezzata da un ampio seminario di cinefili -, la cinematografia nazionale sembra aver stabilito una nuova linea poetica da intraprendere e seguire, un sentimento comune che unisce l’alienazione dei personaggi ad un loro agire nelle storie, finendo sempre negli angoli più remoti e spiazzanti della mente e della profondità umana. Sembra accadere lo stesso con il film Pity, film del regista Babis Makridis, cineasta al suo secondo lungometraggio e il cui nome si ricollega spesso a quello, per l’appunto, del suo concittadino Lanthimos.

Pity potrebbe sembrare tranquillamente, infatti, una delle opere realizzate dall’autore dell’ultimo film The Favourite, contribuendo ad alimentare un filone di pellicole sempre più simili tra loro, ma andandosi in ogni caso a classificare come un’analisi sull’aspetto della sofferenza e della bramosia del dolore tra più curiosi e devianti del cinema contemporaneo.

Pity – Il bisogno di venir compatiti pity cinematographe

Tutti provano compassione per il povero avvocato (Yannis Drakopoulos). Con la moglie (Evi Saoulidou) in coma profondo ed un figlio a cui badare, le persone non possono che avanzare continue premure nei confronti dell’inconsolabile uomo, che si lascia stringere in calorosi abbracci e ricevere in regalo torte all’arancia fatte in casa. Con il risveglio della donna, la compassione per l’avvocato andrà svanendo. Ma all’uomo piaceva venir consolato, apprezzava i riguardi che gli riservavano parenti e vicini. E vuole di nuovo quelle attenzioni. Le rivuole tutte e ad ogni costo.

Torniamo, dunque, alla linea espressiva intrapresa dal cinema greco. Pity assume proprio quella meccanicità estraniante di cui i cineasti del Mediterraneo fanno psicotico uso, per mettere in soggezione lo spettatore con i loro soggetti e i loro sviluppi assurdamente improbabili. Il film di Babis Makridis preserva la facoltà presentata e la estremizza come solo questi autori ora sanno fare. L’opera ricalca l’immobilità cinematografica che appiattisce la superficie dell’opera, nascondendo al di sotto un tumulto che non è affatto semplice tenere imbrigliato, ma che si sovraccarica di accumuli repressi, i quali trovano sempre la maniera più insana per venire fuori.

Pity – che sta, appunto, per compassione – mostra l’altra faccia di quel sentimento similare alla commiserazione che solitamente vediamo esorcizzato, quasi una discriminazione di chi la subisce da parte di chi, invece, la riserva all’individuo in stato di sofferenza o abbandono e che nel film di Makridis assume invece i contorni di un’esaltazione. L’essere protagonista di una storia toccante e strappalacrime tramuta la solida insipidezza delle persone in una gentilezza senza fini, una delicatezza a cui il personaggio principale di Pity non è pronto a rinunciare. Un uomo comune che il film pone in contatto con delle emozioni strettamente in opposizione alla sua figura e alla sua posizione nel mondo. Una banalità che il protagonista percepisce con il ritorno dal coma della moglie e che cerca di eliminare nuovamente finendo per elemosinare anche il più piccolo, insignificante gesto di misericordia.

Pity – L’insano che si tramuta in desiderio primariopity cinematographe

Decidere, ma piuttosto anche comprendere di non poter accettare la rassegnazione, che significherebbe solo tornare ad una condizione in cui si ignora e si viene ignorati, il tutto quando si ha ancora voglia di poter piangere e sentirsi svuotati nella propria anima. Questo per venir riempiti solo da cortesie affabili e dalle solite, ma, per il protagonista, bellissime parole: “Non so cosa dire. Coraggio. Sii paziente.”.

Il cerchio che si apre sul dolore e non si sottomette nell’accettarlo, finendo nell’inconsulta sconsideratezza che ricalca non più solo il grottesco già nominato, ma quell’inquietudine che questa tipologia di cinema vuole suscitare e continua, infatti, attraverso il medesimo stato di turbamento. La compassione che si cerca di raggiungere con la follia. Insinuante, pericolosa. Statica e alienante. Ma che finisce, infine, per colpire e far sanguinare.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3.5
Emozione - 3.5

3.6