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Il regista ungherese Kornél Mundruczó sceglie di abbandonare il cinema surreale che aveva caratterizzato i suoi ultimi film per approdare nel reale. E cosa può esserci di più naturale se non la nascita di una creatura su questa terra, la messa al mondo di un essere umano che segna, simbolicamente e fisicamente, il principio di un nuovo inizio. È perciò proprio con il parto della protagonista che Mundruczó ci introduce nell’esplorazione di un universo complicato e estremamente tagliente come quello di Pieces of Woman. Più di mezz’ora di piano sequenza per un prologo dalla lunga durata che rende il film del cineasta europeo una delle esperienze più sconvolgenti che la filmografia internazionale ha avuto modo di vedere, ma soprattutto di vivere, recentemente nel film d’autore, una prolungata inquadratura per riportare su schermo “il miracolo della vita” che diventa l’atto più vero e primordiale possibile da mostrare ovunque e nel cinema.

Ma non è solamente il parto in sé che traumatizza a livello tale da creare una fascinazione e un coinvolgimento emotivo all’interno della scena, è l’assoluta naturalezza dell’azione, i gesti e la sincerità con cui viene mostrato che coinvolgono lo spettatore al punto tale da sentirsi lui stesso parte di un evento che cambierà drasticamente la vita dei futuri genitori. Ma è esattamente lì che, ancora una volta Mundruczó, sconcerta nuovamente. Quando la vita sembra aver ormai pervaso la pellicola, dove l’atto di coraggio più umano e generoso viene portato al suo compimento, il regista con la sua sceneggiatura scritta dalla moglie Kata Wéber strappa dall’idillio per catapultare nell’altro aspetto spontaneo dell’esistenza, la possibilità di essere messo al mondo che, nel momento stesso in cui sei nato, significa che potrai un giorno morire.

Pieces of Woman – I pezzi di una madre mancatapieces of woman, cinematographe

Sono però ore, non giorni quelli che vengono concessi alla nascitura della coppia di Pieces of Woman, il riconoscimento della vita che si vanifica un secondo prima della definitiva scomparsa e che non solo si ispira alla vicenda attraversata dalla Wéber medesima, moglie del regista Mundruczó, ma si attanaglia lì dove il dolore è più vivo e la carne è stata appena strappata. Un taglio netto, che equivale al cambiamento interno del film, non solo per la mancata continuità con piani sequenza successivi, assenti e riadattatisi a quadri semplici e staccati tra loro, ma si avvicina a un confronto dei diversi tipi di superamento e concezioni che una tragedia come il lutto prematuro di una neonata può causare, dimostrando che quei “pezzi” di donna non riguardano solo la protagonista, ma equivalgono alle diversità emotive e razionali delle persone implicate.

Se i pezzi, dunque, sono le molteplicità dei personaggi e dell’elaborazione ogni volta differente del lutto, altri tasselli vanno ad aggiungersi alla meraviglia di una descrizione femminile che la Wéber e Mundruczó decidono di rendere indipendente e totalmente imparziale sul proprio modo di gestire e sentire la cosa, perpetrando in un discorso che vorrebbe la protagonista costretta a vivere il proprio dolore sotto specifiche categorie di rabbia e sofferenza, rifiutandosi di venir costretta da convenzioni e ipocrisie gestendo il suo provare a proprio modo. Una figura sensibile nel suo essere stoicamente fragile, che l’interprete Vanessa Kirby incarna con l’istinto di un’attrice splendidamente imprevedibile e, per questo, ancora più vera, focalizzando l’attenzione su questa madre mancata che vuole assorbire il proprio dramma senza tener conto di nessun altro, scontrandosi dunque con le ideologie della famiglia e l’impossibilità di ricomporre sempre quei pezzi che avevano un tempo formato il legame con la controparte maschile Shia LaBeouf.

La sublimazione della regia di Kornél Mundruczópieces of woman, cinematographe

Instaurando un clima e una fotografia fredda, che rispecchiano la stagione che i personaggi stanno attraversando e, quindi, equivalente dell’immobilità congelante di una tragicità che il film, comunque, ci dice che è necessario e possibile superare, l’opera di Kornél Mundruczó non accetta alcuna remora e affronta l’argomento senza badare alla delicatezza dei dialoghi e alla compassione di chi va pronunciandoli. Una prova che è da superare tanto per coloro attivi nel processo del lutto quanto nello spettatore che deve allo stesso tempo accettare che la vita possa essere sensibile e razionale, emotiva e lucida. Tratti che appartengono alla costruzione della pellicola e ne tracciano una limpidezza altrettanto devastante, reduce di quel trasporto primo a cui si era partecipato e alla conseguenza di un divenire che si porterà sempre in avanti.

Pur non eccellendo nell’insieme della sua opera, scovando delle debolezze che non promettono al film la completa devozione, di Pieces of Woman è impossibile non lodare la sublimazione che alcuni suoi istanti portano a riempire lo spettatore, nonché il sostegno di una regia che si esprime ogni volta attraverso personali tagli. Un film difettoso, ma non per questo meno bello di come si presenta, nato anche lui da un atto d’amore e portato fino al suo scopo.

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