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A due anni di distanza dall’uscita di Glass, e reduce dalla regia di Servant (la serie statunitense Apple Tv+), M. Night Shyamalan torna con un thriller cupo ed inquietante, frutto della collaborazione con la Universal e definito via Skype nel corso di dodici lunghe settimane durante la pandemia da Covid-19. Con Old, in sala dal 21 luglio 2021, il regista, sceneggiatore e produttore azzarda un nuovo stile, distanziandosi dalle premesse del capolavoro Il sesto senso (1999) tanto quanto da quelle dei più recenti lavori come The Visit (2015) e avvia una nuova era della sua poetica filmica plasmando, nella consapevolezza del mezzo, un microcosmo invalicabile di panico e ossessione.

Voglio ricominciare, trovare un nuovo stile. Voglio che il pubblico entri in sala e realizzi di non aver mai visto niente del genere prima.  (M. Night Shyamalan)

L’isola deserta, realtà paradisiaca per eccellenza, serra i suoi corridoi, lascia entrare i suoi ignari esploratori per richiudersi alle loro spalle senza possibilità di risalita. Shyamalan è demiurgo e Angelo sterminatore (1962, Luis Buñuel), sistematico nella sua pretesa di violare l’incredibile per conferirgli una spiegazione razionale. Le pedine del gioco non sono altro che i suoi attori, nati, cresciuti, estinti prima ancora di aver vissuto, cavie di un progetto che tradisce la morale sulla pelle delle sue vittime. Per questo la messa in scena del dramma divide et impera, perché attecchisce in profondità sul naturale, congenito, del tutto umano timore della senilità, del rapido susseguirsi di un tempo che nulla perdona né concede a chi crede di dominarlo, dominato invece senza tregua. L’operazione di Shyamalan – surreale, incredibile, a tratti fuorviante – trova giustificazione nell’intenzione del suo Creatore, che associa inscindibilmente la frenesia del mezzo al vortice tumultuoso di eventi che coinvolgono i personaggi. Una crasi frenetica che se da un lato rischia di compromettere la sospensione della realtà, dall’altro non ammette tempi di riflessione fino allo svelamento nell’atto finale, il tanto caro al regista twist ending.

Old: la trama del film. Un messaggio in codice è la chiave di volta per la salvezza

Per i coniugi Guy (Gael García Bernal) e Prisca (Vicky Krieps) è arrivato il momento di prendere una decisione: separarsi o restare insieme per il bene dei figli Trent e Maddox. Nell’intento di costruire un ultimo ricordo felice per i bambini, coinvolti in liti sempre più costanti, Prisca organizza un viaggio nel resort di Anamika, un soggiorno paradisiaco  organizzato nei minimi dettagli dall’ambiguo direttore che tenta in ogni modo di ostacolare l’amicizia tra suo nipote Idlib e Trent. Selezionati tra i diversi ospiti, la famiglia viene condotta su un’isola deserta dalla sabbia dorata, circondata ovunque da maestose pareti rocciose, assieme al chirurgo Charles (Rufus Sewell), sua moglie Chrystal (Abbey Lee), la figlia Kara (interpretata nella fase adolescenziale da Eliza Scanlen) e la madre Agnes, la psicologa Patricia (Nikki Amuka-Bird) con il marito infermiere Jarin (Ken Leung) e il rapper Mid-Sized Sedan (Aaron Pierre), apparentemente coinvolto nell’omicidio di una giovane donna.

Quello che sembra essere un posto paradisiaco è in realtà complice di un’anomalia temporale naturale: ad ogni mezz’ora passata sull’isola corrisponde un anno di vita. La fase della pubertà adolescenziale si realizza nel giro di un cambio di piano: i bambini diventano prima adolescenti e poi adulti, gli anziani muoiono, le ferite si rimarginano, le malattie si curano e le cellule si rigenerano. Ogni tentativo di fuga si scontra con le resistenze naturali di un’isola – madre maligna – che fagocita i suoi figli costringendoli a fare i conti con il non-detto, i rimorsi, la rarità necessaria di un tempo concesso per far pace con i propri demoni. L’eredità del viaggio, la scommessa salvifica, è un codice per riemergere dall’oblio, un linguaggio elitario che il regista traduce cinematograficamente per lo schermo come metafora di una scelta che lo vede protagonista: decodificare il messaggio ci renderà liberi, ci restituirà il tempo coerente della realtà per decidere se accettare o meno il compromesso dell’incredibilità.

Per il suo thriller Shyamalan “ruba” da Ari Aster e Guadagnino

Old non è un horror. Un horror ha quella sensazione che la destinazione sia finita. Ma in questo caso, per noi, si tratta di attraversarla ed uscirne con un sistema di credenze più forte di prima” (M. Night Shyamalan)

Il “furto” di Shyamalan da Ari Aster non si concretizza esclusivamente nel suo protagonista Trent, interpretato nella fase adolescenziale da Alex Wolff (Hereditary, 2018). Piuttosto appare evidente l’omaggio ad altre opere orrorifiche, da Midsommar (2019) dello stesso Aster a Suspiria di Luca Guadagnino (2018), se non altro per l’incessante, consapevole maestosità del mezzo cinematografico e della fotografia (Mike Gioulakis) capaci di trascinare lo spettatore nel baratro dell’ossessione più profonda. Al realismo convincente delle sue pedine, sempre presenti a loro stesse, Shyamalan contrappone momenti accessori che puntano su una sconvolgente estasi visiva a discapito dell’armonia narrativa. Nell’evolversi progressivo di questa epidemia temporale, l’empatia con i personaggi è una scelta autonoma dell’osservatore, possibile – senza dubbio – ma serva di una finzione talvolta grottesca e sottomessa alle leggi della ciclicità.

Old è al cinema dal 21 luglio 2021, distribuito da Universal Pictures.

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