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La terra dalla quale viene riesumato lo scheletro mostrato in tutte le sue minuscole parti nell’incipit e nel finale di Nuestras Madres (Caméra d’Or alla miglior opera prima a Cannes 2019) è quella dei villaggi arroccati nelle montagne del Guatemala che, fra il novembre del 1960 e il dicembre del 1996, sono state il sanguinoso teatro di uno dei conflitti civili più brutali della storia recente, conclusosi con 200.000 morti, 40.000 dispersi e un processo d’accusa alle forze governative del paese incriminate di genocidio del popolo Maya e violazione dei diritti umani. Il film di Díaz, in concorso al FESCAAAL 2021, ci riconsegna un pezzo di Storia riemerso proprio da quella zona martoriata, portando alla luce ossa, oggetti e ricordi di una nazione che non può e non smette di dimenticare.

Nuestras Madres: antropologia di un genocidio

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Ernesto Gonzales (Armando Espitia), il giovane antropologo forense al centro del film, incaricato dal municipio a raccogliere le richieste di esumazione e identificazione dei resti umani di coloro che persero la vita durante il conflitto  ̶  spesso gettati nelle fosse scavate dall’esercito – non è nient’altro che il tramite narrativo verso il quale il film ci trascina da spettatori inermi all’interno di una vicenda privata che, come un sasso gettato nell’acqua, si espande concentricamente ad altre storie più grandi. Al suo incontro con Nicolaasa (Aurelia Caal), un’anziana contadina mossa dall’urgenza luttuosa di riportare a sé le reliquie del marito scomparso durante il conflitto nell’82, il protagonista ha il sentore di poter ricostruire anche la sua di storia, quella del padre Juan Manuel, guerrilleros armato morto prima della sua nascita.

Al silenzio della madre sull’identità paterna, Ernesto si muove controcorrente e raggiunge le piccole comunità rurali per raccogliere le drammatiche testimonianze delle donne del villaggio in cui vive Nicolaasa – testimonianze, quelle femminili, dal regista silenziate e mute, riconsegnate solamente attraverso l’espressività dignitosa dei loro volti in primo piano segnati dal tempo, dal clima nei campi e dalle perdite precoci di figli e mariti.

“La sofferenza non è sinonimo di verità”

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È dunque dai padri e dagli uomini che Nuestras Madres si muove per arrivare ad evocare il rapporto madre-figlio, che trova in quello di Ernesto e Cristina (Emma Dib), fatto di non-detti e segreti, la sua appendice finale originatasi da altre donne, testimoni come Cristina stessa, delle verità di “nostre madri” vittime di torture, stupri e violenze. Sono loro le guardiane odierne della memoria del paese e pilastri vitali dedite a sorreggere il peso di un tessuto sociale sfaldato a partire dal conflitto. Attraverso uno sguardo verista e una fotografia volutamente antiestetica, il giovane cineasta al suo esordio dietro la macchina da presa, sale nella macchina della memoria collettiva all’insegna di un doppio viaggio: dalla storia personale all’universalità e viceversa; disseppellendo porzioni comuni e personali sprofondate troppo presto nei meandri dell’amnesia storiografica.

A rendere toccante e appropriatamente commovente l’esordio di Díaz, regista che tuttavia sfrutta l’escamotage diegetico del narrate la Storia attraverso un percorso e una scoperta intima e famigliare, è l’attenzione consapevole nell’evitare qualsiasi ultra-drammatizzazione del conflitto guatemalteco e piuttosto nell’adottare una via e una visione intimistica e anti pietistica per avvicinare lo spettatore alle ferite incurabili del popolo sudamericano.