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Ci sono voluti solo due film a Chloé Zhao per farsi subito notare. Non solo The Rider era un gioiellino indie che azzeccava con pochissimi elementi una storia insolita come quella di un cowboy e la sua riabilitazione incentrata tutta su un piccolo nucleo cittadino e un ancor più ristretto numero di personaggi, ma lo faceva con una grazia tale da venir notato dai festival di tutto il mondo e inondato di premi e candidature per una pellicola che nella ricercatezza del proprio stile toccava l’ammirazione e il plauso di tutti.

Un successo, quello del secondo lungometraggio arrivato dopo il debutto nel 2015 Songs My Brothers Taught Me, che ha permesso alla sua regista di spingersi ancora oltre con il suo successivo lavoro, non solo conquistando un’attrice come Frances McDormand, ma permettendo al suo film di continuare a seguire le linee guida di un carattere cinematografico già così definito della cineasta e di essere presentato in concorso alla 77esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Perseguendo, ancora una volta, una storia inusuale che per l’occasione segue le direttive del libro scritto dalla giornalista americana Jessica Bruder, Chloé Zhao si avventura nelle possibilità alternative di vita nel cristallino Nomadland, l’esistenza vagabonda, ma “non senza una casa” della protagonista Fern, che nelle necessità di dover rinunciare a una fissa dimora, trova il piacere di un’esistenza che aveva sempre solamente accarezzato con la mente e che è diventata, nel tempo, la sua quotidianità. Non una maniera di non mettere radici, né la tipica ricerca per un viaggio che può ritenersi compiuto solamente al raggiungimento del proprio traguardo; con la sua semplicità che è, poi, anche quella del personaggio della McDormand, Nomadland non vuole assolutamente raccontare, bensì mostrare la felicità di una vita che abbraccia ciò che di più spontaneo le viene, dimenticandosi il resto.

Nomadland – Una vita da nomade per Frances McDormandnomadland, cinematographe

Non una disquisizione sulle opportunità che un’esistenza all’aperto può portare, né filosofie motivazionali o utopiche che trovano soltanto nell’abbandono con ciò che è materiale un vero senso per cui vivere. Il film di Chloé Zhao si mostra altresì una decisione cosciente, seppur difficile da capire, sul posto che si vuole occupare nel mondo e sulla rivalutazione di ciò che, per ognuno di noi, significa poter percorrere delle lunghe autostrade prima di sentirsi finalmente parte di quel qualcosa rincorso e ricercato. Una volontà, condivisibile o meno, che per Fern rappresenta l’unico modo in cui concepirsi e che le permette di esplorare verità di sé e degli altri che, nell’abitudine di una vita sedimentaria, non le era mai capitato di assaporare.

E, nella condizione all’aperto in cui è inserita la protagonista, il ritorno alla natura si fa elemento indiscutibile per un contatto che diventa, così, imprescindibile e oramai impensabile da poter sottovalutare. Il rientrare in contatto con la terra, le rocce, le montagne, con il freddo della neve e il caldo sole del deserto si fanno riflessi di una beatitudine possibile soltanto con l’appartenere primo a una Madre Natura benevola che si offre genuina a chi persegue lo status di nomade, traendo beneficio da un contatto che si fa, così, primordiale, come l’amore che Chloé Zhao mette nel ritrarlo.

Già fondamentale e presente nelle distese a perdita d’occhio di The Rider, anche Nomadland si unisce alla passione dell’autrice per un paesaggio che diventa, nelle sue opere, scatola pennellata dai colori e dalla luce in cui inserire i propri personaggi. Come un ambiente perfetto, un palcoscenico in cui è l’umano a risultare invasore, le immagini naturali della Zhao respirano come uscendo dallo schermo e estendendosi aldilà di una tela bianca e un proiettore che la illumina, veri luoghi da dover abitare così come fanno le persone che animano i suoi film.

L’amore per la natura e il cinema di Chloé Zhaonomadland, cinematographe

E, continuando nell’incredibile affetto che la cineasta inserisce con generosità nei suoi lavori, è di un altro amore di cui è impossibile non parlare, quello che Chloé Zhao pone e mostra con una sincerità viscerale in una regia che rivela tutta la sua propensione al mestiere di regista. Un piacere spasmodico, bellissimo perché verissimo e così tangibile da arrivare direttamente allo spettatore, che non solo gioisce del ritrovarsi davanti a opere realizzate con un’animosità incontenibile, ma di farlo condividendo una passione comune e poche volte sentita in maniera così sincera.

Una bellezza che contraddistingue il talento di una promessa del cinema come la Zhao, riposta tutta, oltre che negli ecosistemi delle distese americane, nelle carezze che la macchina da presa riserva a Frances McDormand, attrice professionista tra non professionisti, mai stata attraversata da un simile velo di dolcezza che caratterizza fin da principio il suo personaggio. Con una giocosità che sappiamo propria dell’interprete, ma che poche volte abbiamo visto esplicare nelle opere di cui faceva parte, ed esplorando anche un lato della sua tenerezza che viene accentuato con premura dalla regista, la McDormand porta il peso del lavoro duro affrontato per mantenere una vita costantemente in bilico al sedile di un van, ma portandone sulle spalle una responsabilità piena di dignitoso impegno e di un continuo meravigliarsi per ciò che l’esistenza sa mettere, a volte, a disposizione. Una direzione attenta e curata quella di Chloé Zhao tanto per la sua stella, quanto per i suoi comprimari non professionisti che, come in The Rider, riesce a valorizzare con un’abilità che lascia senza parole, eccezionale nel rendere credibile uno specchio di verità che percepiamo come tale, ma che, anche, viene magistralmente rielaborato per delle performance inattese, segno di una maestria che poche regie verso i propri attori sanno presentare.

Sopraffatti da ciò che Nomadland è pronto a regalare a chi è disposto a seguire il viaggio della sua protagonista, ammirando il tocco imparagonabile della sua autrice, tutto ciò che possiamo augurarci è di riuscire a cogliere pienamente tutto quello che il film ha dà donare, rimettendoci poi sul nostro percorso, sapendo che, in un cinema, potremo sempre ritrovare un posto in cui stare. “Ci vediamo sulla strada”.