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Quanti di noi ci siamo visti scippare un talento perché non ritenuti, per un motivo o per un altro, meritevoli, capaci o adeguati a esserne portatori? E quanti lo hanno messo al servizio di qualcuno che lo ha gestito male oppure se n’è preso ingiustamente i meriti una volta giunto il momento di raccogliere i frutti? Che sia uno o l’altro caso, a pagarne lo scotto è colui che del torto è stato la vittima, vedi ad esempio il protagonista di Nessuno sa che io sono qui. Il suo nome è Memo, un ragazzino che ha avuto in dono una voce meravigliosa, che ha attirato immediatamente l’interesse dell’industria discografica. Un sogno, quello di diventare una pop star, che viene bruscamente interrotto dalla dura realtà, quando gli viene comunicato che il suo volto e il suo corpo non si prestano alla spietata logica della promozione commerciale. Gli viene dunque affiancato un bel bambino, incaricato di cantare in playback al suo posto. Anni dopo lo ritroviamo uomo, isolatosi dal resto del mondo in una capanna in una remota fattoria di pecore nel sud del Cile. Si è nascosto lì nel tentativo di superare i dolori e i traumi vissuti, ma un giorno l’incontro con una donna lo aiuterà a fare i conti con il passato e a guardare al futuro con occhi nuovi.

Nessuno sa che io sono qui: una storia di riscatto e rinascita dal sapore nostalgico e dolce-amaro

Nessuno sa che io sono qui cinematographe.it

Non c’è dubbio che si tratti di un ottimo materiale narrativo e drammaturgico su e attraverso il quale costruire un film degno di nota, semplice e lineare nella scrittura, ma al contempo carico di emozioni forti e portatore sano di buon cinema. E così è stato, tanto da consentire a chi ne ha firmato la regia di aggiudicarsi il premio come migliore esordiente all’ultima edizione del Tribeca Film Festival. Merito in primis della scrittura di Enrique Videla, Josefina Fernández e Gaspar Antillo, che lo ha anche diretto. Il risultato è una storia di riscatto e rinascita dal sapore nostalgico e dolce-amaro, che ha nel suo DNA una tenera e intensa linea romance capace di accarezzare le corde del cuore.

Le intense interpretazioni di Jorge Garcia e Millaray Lobos sono il valore aggiunto di Nessuno sa che io sono qui 

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Antillo dirige con mano ferma, ma lasciandosi trascinare proprio dal sottile filo delle emozioni teso come una corda di violino da un estremo all’altro della timeline. Un filo sul quale passeggia come un esperto equilibrista Jorge Garcia, un attore di sostanza interpretativa, ma anche di grandissima intensità quando qualcuno come il regista cileno gli offre l’opportunità di farlo. Conosciuto dal grande pubblico per il ruolo di Hugo ‘Hurley’ Reyes in Lost, l’attore statunitense prende in consegna il Memo adulto per mostrarci il cammino di ritorno alla vita di un uomo che ha sepolto i sogni e congelato i sentimenti perché deluso dal mondo che lo circonda. Ma il destino ha deciso di offrirgli una seconda possibilità per tornare a sognare e ad amare. E il passepartout per riprovarci risponde al nome di Marta, interpretata dalla bravissima Millaray Lobos, vista e apprezzata di recente sul piccolo e grande schermo nella serie El Presidente e nella pellicola di Jorge Riquelme Serrano, Algunas Bestias. Lei e il collega di set rappresentano il valore aggiunto di un’opera prima che lascia il segno senza mai forzare la mano.

Co-prodotto da Pablo Larraín, Nessuno sa che io sono qui è disponibile su Netflix dal 24 giugno.

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