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Anche la Disney può sbagliare. Lo sappiamo da sempre eppure si rimane ancora sconcertati di fronte alla possibilità della casa dei sogni di fallire. Questa volta poi si rischia di toccare il punto più basso del percorso cinematografico del mondo mmaginifico creato agli inizi degli anni Venti, una caduta rovinosa in cui nessuno, davvero nessuno, riesce ad uscirne illeso.

La colpa di tali ferite è causata della nuova produzione della Walt Disney Nelle pieghe del tempo (di cui potete vedere qui il trailer), pellicola tratta dal romanzo omonimo del 1963 scritto da Madeleine L’Engle, sceneggiata e adattata per il grande schermo da Jennifer Lee, con la regia di Ava DuVernay, che dai fatti reali di Selma – La strada per la libertà passa all’inverosimile e all’astratto del suo ultimo lavoro.

Nelle pieghe del tempo – Quando non si riesce a trovare la giusta frequenza

Nelle pieghe del tempo CinematographeMeg (Storm Reid) è una ragazzina chiusa e scontrosa, che tenta di nascondere con la durezza del suo atteggiamento un’insicurezza che grava pesantemente sul suo carattere. Un comportamento dovuto alla scomparsa del padre, lo scienziato Murry (Chris Pine), che da quattro anni ha lasciato la sua famiglia senza pronunciare parola; un’azione inspiegabile che da quel giorno ha cambiato la vita della ragazza. Ma è proprio quando si smette di sperare che giunge in soccorso l’universo: il padre di Meg sta bene, deve soltanto andare a riprenderlo passando per diversi pianeti. Inizierà così per la ragazzina, il suo fratellino Charles Wallace (Deric McCabe) e il loro amico Calvin (Levi Miller) un’avventura pericolosa, costeggiata dal male dell’oscurità che bisogna fermare attraverso la luce.

Lo dice una creatura saggia proveniente dall’universo: nella propria esistenza bisogna saper trovare la giusta frequenza, armonizzarsi con questa e poter così entrare in pace con sé stessi e con l’immensità dell’infinito. È proprio questa frequenza che può connettere con le pieghe spazio-temporali l’essere umano ad altri pianeti, un collegamento che sembra essere venuto meno nel film di Ava DuVernay, che collassa completamente su se stesso implodendo in un caos narrativo e visivo di sgradevolezza cosmica.

La trasposizione di Nelle pieghe del tempo è un abuso di fantasia in cui non c’è neanche una cosa che riesca a funzionare, un calderone che inserisce al suo interno una consequenzialità completamente disarmonica che rende il racconto un ammasso di eventi uniti tra loro a forza, i quali si succedono con la medesima facilità con cui si vanno poi a toccare note di infantile grottesco. Non solo la storia sembra non avere la potenza necessaria per stare ritta sulle proprie gambe, ma ad affossarla maggiormente ci si mette un uso sventato degli effetti speciali – ridicolo a sua volta – che non riesce a catturare lo spettatore tanto da impedirgli di accorgersi di imprecisioni tecniche e narrative presenti nell’opera.

Dalle pieghe alle piaghe del tempo

nelle pieghe del tempo cinematographeAd aggiungersi alla già poco sopportabile condizione di Nelle pieghe del tempo si aggiunge la pretesa della regista DuVernay di dare alle proprie riprese uno stampo che potesse risultare riconducibile a scelte autoriali ben delineate, aumentando soltanto il senso di fastidio per il loro eccessivo riproporsi, del tutto fuori contesto nella già assurda condizione degli universi legati. Un voler aggiungere un proprio personale tocco alla standardizzazione disneyana senza minimamente riuscirci e scaturendo anzi l’effetto opposto.

Ed è così dunque che le pieghe del nuovo film Disney si trasformano magicamente in piaghe, un passo falso per i film non animati della compagnia, la quale mette a segno una delle sue peggiori operazioni cinematografiche. Se non addirittura la peggiore. Una pellicola dove i veri guerrieri della luce non sono quelli in grado di sconfiggere l’oscurità e tornare sulla Terra, ma quelli che sanno arrivare a fine film ancora interi.

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