GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE - FILMISNOW

VOTA IL FILM ORA!

4

MEDIA VOTI PUBBLICO

Spietato, feroce e senza speranza, Mother di Tatsushi Omori prende spunto da una storia realmente accaduta in Giappone nel 2014, riguardante una madre degenere e la vita ai margini dei suoi due figli. Uno spaccato di degrado urbano ed esistenziale, veicolata da uno stile asciutto e privo di qualunque abbellimento retorico, fotografato con crudele realismo e montato seguendo le linee guida del cinema indie nipponico, con ritmi lenti e ripetizioni volte a rendere l’ossessività e la claustrofobia in cui sono immersi i personaggi principali.
Una storia tanto più sconvolgente se la si cala nel contesto di una delle civiltà con il minor tasso di criminalità al mondo: conosciamo Akiko mentre cerca di estorcere del danaro dall’anziana madre e dalla sorella; una volta ottenuta risposta negativa (la pazienza è finita), ritorna frustrata dal figlio decenne Shuhei, regolarmente sfruttato e privato dei bisogni essenziali propri di un bambino. Shuhei non va a scuola, non ha un’identità e viene sovente abbandonato per settimane mentre la genitrice si lancia in nuove improbabili avventure amorose.

Mother: Di mamma ce n’è una sola (per fortuna)

Mother - Cinematographe.itIl nostro punto di vista, dunque, coincide con quello del piccolo, che nella totale mancanza di confronto con l’esterno si adegua al vergognoso modo di vivere della madre prendendolo come un dato di fatto indiscutibile. Shuhei accetta di andare a chiedere l’elemosina, anche se non servirà per il suo e il loro sostentamento ma solo per soddisfare la dipendenza ludica (nello specifico, il pachinko) della donna; e sopporta i pestaggi e le urla considerandole l’unico atto d’amore possibile, l’unico conosciuto nella sua breve esistenza.

Mother si fa perfetto rappresentante della cinematografia giapponese contemporanea, i cui temi centrali e ricorrenti sono l’accusa della generazione attuale nei confronti di quelle precedenti, la generale mancanza di genitorialità (non tutte le donne sono adatte a diventare madri, non tutti i padri a diventare padri) e il bullismo perpetrato in modo sconsiderato e privo di freni sociali. Per questo, della scrittura implacabile e impietosa di Takehito Minato finiamo per tollerare anche alcuni abusi retorici e alcuni eccessi che di primo acchito possono apparire gratuiti e voyeuristici.

“Posso crescerlo come voglio. Lui è il mio alter ego”

Mother - Cinematographe.itNei suoi balzi temporali in avanti (prima di 5 anni, poi di 6 mesi), Mother tesse sapientemente le fila di una vicenda di co-dipendenza e lealtà, di vite vissute per strada e di promesse sperperate a causa di una figura materna che usa spietatamente gli uomini – compreso il suo bambino – e che sostiene fermamente l’idea che i figli siano un possesso “da crescere come ritengo opportuno”. Da questo punto di vista, l’ingresso nella storia degli assistenti sociali viene vissuto da chi guarda dapprima con sollievo e poi con un senso quasi di frustrazione: ci aspettiamo che Shuhei si ribelli fragorosamente, ma la Sindrome di Stoccolma e l’educazione tossica di cui è stato vittima lo rendono impossibile.

È questo l’aspetto più interessante e convincente del film di Tatsushi Omori: la capacità di tratteggiare e comunicare gli stati d’animo e le caratteristiche di ogni singolo protagonista, di andare in profondità nella loro psicologia seguendo uno sguardo, una frase non detta o un gesto appena accennato. Un risultato possibile grazie anche alle solide interpretazioni di Masami Nagasawa, che incarna una mother per la quale è impossibile provare alcun tipo di empatia e solidarietà, e di Daiken Okudaira (Shuhei da adolescente), in grado di restituire allo spettatore il senso di appartenenza ed emarginazione, la sua voglia di fuga dall’incubo e il bisogno di restare avvinghiato ad un amore morboso e totalizzante.
Mother è disponibile su Netflix.

PANORAMICA RECENSIONE
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione