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In una New York alle soglie del collasso, dove la crisi economica incombe sibillina, ma nessuno sembra riuscire a metterla a fuoco, una comunità di zanzare invade l’appartamento decoroso, spoglio, dissociante di un giovane analista finanziario, uno che i numeri li vede e li interpreta, riesce a dargli forma e a decodificarli. Unico occhio, il suo, lesto abbastanza da riuscire a riscontrare una grossa anomalia nei grafici che tengono a vista i movimenti di mercato, una falla continua che si ripresenta sempre più spesso e, nel suo vuoto d’aria, dà i primi segnali di una fine oramai imminente, che cresce come quella moltitudine di animali volanti rinchiusi nella sua casa.

Una grande metafora, penseranno tutti, l’incrocio della discesa umana in una pazzia raggelante e disgustosa riversata nel disastro catastrofico che avrebbe segnato una delle spaccature economiche più gravi della storia moderna, al pari della Grande Depressione del ’29 e causa di uno stravolgimento nel tessuto e nella società americana e mondiale che non ha avuto eguali. Eppure Mosquito State del regista e sceneggiatore Filip Jan Rymsza – alla scrittura del film assieme a Mario Zermeno – sembra sviare continuamente da una direzione che, seppur non originale, avrebbe almeno mantenuto un senso compiuto all’interno della propria opera, facendo di un’invasione animalesca una discesa in uno dei più tragici momenti dell’America e cercando affinità e punti di contatto per una storia che si sarebbe potuta, in quel caso, giustificare.

Mosquito State – Un cult? Forse, ma privo di storiamosquito state, cinematographe

È infatti il mancato raggiungimento di un qualsiasi scopo che segna il destino di quello che potrebbe, un giorno, diventare un cult come Mosquito State. Non per meriti reali o creazione di un prodotto talmente di genere da rimanere circoscritto solamente a un determinato riferimento di pubblico e a un determinato riferimento dello stile, ma forse più per una natura che non richiede un fulcro solido e motivazioni evidenti per il proprio contenuto, accontentandosi di suggestioni che potrebbero anche arrivare se non ci si lascia però assolutamente toccare dal racconto. Una condizione non da niente quella di affidarsi, così, a un film che non trova il proprio centro nevralgico se non in quell’unica idea peculiare del rapporto simbiotico tra le zanzare e il protagonista, rendendo perciò difficile la presa totale sullo spettatore.

Come sentendo che basti solamente un’intuizione a portare a svolgimento l’intero processo di fatturazione e messa a punto di un’opera cinematografica, mostrando nel suo andare in avanti di non avere minimamente le briglie della situazione puntando solamente sullo sconvolgere, ma finendo per innervosire e stancare, Mosquito State abbandona dunque la strada dell’interpretazione a specchio della realtà per diventare soltanto macchietta di se stesso.

Mosquito State – La crisi nera del film di Filip Jan Rymszamosquito state, cinematographe

La suggestione di quelle zanzare, di quel marasma di minuscoli corpi volanti che, a loro volta, trasformano la fisionomia del loro protagonista in un mostruoso ammasso di deformità, scema pian piano come ad affievolire una curiosità che non riesce più ad essere sostenuta dall’attrazione per il macabro e il rivoltante, arrivando addirittura ad annoiare per quel suo mutarsi che resta quasi inspiegabile.

Peccato, perché la teatralità corporea del suo attore principale Beau Knapp viene così sprecata dal racconto diretto dal regista polacco che, volendo sorprendere, in verità depotenzia qualsiasi materiale, onirico o orrorifico, allegorico o storico, portato all’estremo in un finale che non sa più a cosa aggrapparsi, cadendo anche lui in una crisi nera, da cui sia pubblico che protagonista non vedono l’ora di poter uscire fuori.

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