Monolith: recensione del film di Ivan Silvestrini

Monolith è thriller psicologico per la regia di Ivan Silvestrini tratto dalla graphic novel di Roberto Recchioni.

Tratto dall’omonima Graphic Novel scritta da Roberto Recchioni (il nuovo volto del fumettismo italiano) e disegnata da Lorenzo Ceccotti, Monolith rappresenta una delle migliori novità dell’anno per il cinema italiano, la conferma cioè che esiste una nuova generazione di cineasti e sceneggiatori pronta a portare nuove idee, nuovi linguaggi e nuova linfa ad un cinema che ne ha disperatamente bisogno.

Monolith si avvale oltre, che del contributo di Recchioni, anche del talento di Mauro Uzzeo (regista e sceneggiatore per il grande, piccolo schermo e per i comics) anch’egli della “scuderia” Bonelli, che hanno rielaborato l’idea alla base della graphic novel presentata al Lucca Comics & Games 2016. A dirigere il tutto è stato chiamato Ivan Silvestrini giovane regista emergente che già aveva dato gran bella prova di sé in 2NightCome non Detto e Avevamo Vent’anni.

L’iter narrativo della storia parte dalla giovane madre Sandra, interpretata da Katrina Bowden (Scary Movie 5, 30 Rock e Public Morals l’hanno fatta conoscere al grande pubblico) che si sta recando con il suo bambino dai genitori, a bordo della Monolith, un mega suv che è considerato la macchina più sicura del mondo. Monolith (concepita e disegnata da Ceccotti) è un’auto dotata di una sicurezza letteralmente a prova di bomba, l’ideale per una mamma che voglia viaggiare al sicuro. Peccato che nel mezzo del deserto, Sandra per errore si trovi chiusa fuori dalla vettura, impossibilitata a raggiungere il bambino e senza alcun mezzo che possa servirle per forzare quella che è diventata una fortezza su ruote. Con la temperatura che sale, sale anche la sua rabbia e la sua disperazione, che la guideranno verso un viaggio delirante, in un film a metà tra il thriller psicologico e il survival puro.

Monolith: un thriller psicologico di stampo survival, che vede la sua forza più grande in uno script genuino

Il film si fa notare per la grande genuinità dello script, per l’abilità con cui è stato creato un film che ci parla sia della trappola esistenziale dei nostri tempi, in cui siamo schiavi inconsapevoli della nostra tecnologia, sia un tipico esempio di thriller psicologico di grandissima fattura, perfetto nel guidarci nella mente di una madre che vede il caso e la sfortuna incatenarla in un incubo apparentemente senza soluzione. Monolith non soffre di debolezze inerenti la storia, la caratterizzazione della protagonista, la plausibilità e il realismo della vicenda. Il tutto anche grazie all’ottimo montaggio di Lorenzo Muto e ad una componente sonora creata da Diego Buongiorno molto efficace.

Tuttavia Monolith, soprattutto nel finale, non riesce a mantenere lo stesso ritmo e la stessa identità, e nonostante diverse trovate intelligenti e fantasiose, si perde in un circolo vizioso che ne ammorba ritmo e intensità. La Bowden è autrice di una prova altalenante e non sempre convincente, sovente la sua recitazione è troppo sopra le righe ma senza un costrutto e un’intensità reale di fondo. Talvolta è assolutamente fuori parte, altre volte invece perfetta, ma alla fin fine la continuità è più importante dei picchi di prestazione in quasi ogni ambito.

Nonostante questo, Monolith si segnala come un film che ha molto da dare allo spettatore, frutto di un lavoro di grande qualità, lo stesso visto in Mine e che suggerisce come il fumetto e il cinema italiano di nuova concezione possano, assieme, guidarci verso qualcosa di veramente unico, di nuovo. Abbiamo gente giovane e capace, diamogli fiducia.

Regia - 3
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 3
Recitazione - 2.5
Sonoro - 3
Emozione - 4

3.2