Mi chiamo Francesco Totti: recensione del docu-film di Alex Infascelli

Un video-diario narrato in prima persona che ripercorre gli highlights della vita dentro e fuori dal rettangolo di gioco del Capitano giallorosso. 

Il 28 maggio 2017 è una di quelle date che il popolo romanista (e non solo) non potrà mai dimenticare, poiché destinata a rimanere impressa a caratteri cubitali nella memoria e nel cuore di chi quella maglia ha deciso di indossarla come una seconda pelle, ma anche per tutti coloro che amano, indipendentemente dalla propria fede calcistica, il pallone. Non si fa riferimento a una storica vittoria, tantomeno a una cocente sconfitta, bensì a un addio, quello al calcio giocato di Francesco Totti, capitano, anzi il capitano, della squadra giallorossa. Uno di quei giorni che i tifosi e lo stesso Totti non avrebbero mai voluto arrivasse, ma che loro e suo malgrado ha chiuso un capitolo importante, quello di un atleta che ha scritto pagine importanti per uno sport che ha contribuito a elevare. Ed è a quel giorno, al post-partita di Roma – Genoa, l’ultima da calciatore, che Alex Infascelli ha deciso di tornare per cucire i fili del racconto del docu-film Mi chiamo Francesco Totti, presentato in anteprima alla Festa del Cinema 2020 e affacciatosi per qualche giorno nelle sale.

Mi chiamo Francesco Totti: un ritratto biografico che prende il via nelle ore che precedono l’addio al calcio giocato del capitano giallorosso

Mi chiamo Francesco Totti cinematographe.it

L’autore ha portato sullo schermo un ritratto biografico che prende il via nelle ore che precedono quell’indimenticabile giorno di Primavera, per poi chiudersi con il commovente discorso e l’abbraccio alla Curva Sud. Nel mezzo un video-diario narrato in prima persona, come fosse un’auto-biografia scritta dallo stesso Totti, in cui il protagonista racconta e si racconta con il cuore in mano, la spontaneità e la sincerità di sempre. Guidati da Infascelli, l’uomo e il calciatore diventano una cosa sola per mettere insieme gli highlights di un romanzo di formazione che si mescola senza soluzione di continuità in un’epopea calcistica: dagli esordi  a 7 anni con la Fortitudo nel 1983 all’ultima gara disputata con la casacca giallorossa, passando per le gesta in Nazionale, lo Scudetto nella gloriosa stagione 2000-2001, il gravissimo infortunio, i goal più spettacolari e i rapporti con chi lo ha allenato, tra cui Luciano Spalletti e Carlo Mazzone.

Mi chiamo Francesco Totti: un video-diario che affida il testimone del racconto al flusso mnemonico e al voice-over del protagonista

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Il regista romano rinuncia alla classica raccolta di testimonianze di familiari, conoscenti, estimatori e sportivi, per affidarsi al flusso mnemonico e al voice-over di Totti. Scelta determinante ai fini di un’operazione che acquista così un perché all’interno della ricca galleria di ritratti. Di biografie calcistiche, infatti, se ne contano un’infinità, motivo per cui la necessità di puntare su un percorso narrativo e drammaturgico altro era una conditio sine qua non per la riuscita del progetto. Non si tratta di una soluzione innovativa e originale quella di mettere da parte le interviste frontali e il racconto corale, ma in Mi chiamo Francesco Totti la scelta di consegnare il testimone unicamente al diretto intervistato si rivela azzeccata, così come lo è stata a suo tempo per il Diego Maradona di Asif Kapadia.

Inserti di fiction mescolati a immagini di repertorio per un racconto in prima persona che emoziona

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Infascelli e il collega di scrittura Vincenzo Scuccimarra posizionano il protagonista davanti a una moviola e lasciano a lui il compito di montare, riavvolgere il nastro, tagliare e freezare l’immagine per soffermarsi su un dato episodio accaduto dentro o fuori da uno stadio (il matrimonio con Ilary Blasi, la nascita dei figli, la famiglia e gli amici di sempre). Il risultato è un collage di repertori sul quale Totti dice la sua e in cui vengono mostrati i passaggi salienti della sua carriera, cuciti insieme da brevi inserti di fiction che proiettano lo spettatore indietro nel tempo, a quando il futuro “Er Pupone” con il pallone centrava come birilli i compagni di scuola nel quartiere di Porta Metronia. Per chiudere in bellezza con le suggestive inquadrature realizzate in uno Stadio Olimpico deserto, illuminato da neon a intermittenza che fanno da cornice alla sagoma di un Totti che passeggia come un “gladiatore” in quella che dal 1992 al 2017 è stata la sua arena.

Regia - 3
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3
Sonoro - 3.5
Emozione - 4

3.3

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