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Prendersi cura è un atto di amore. Prendersi cura di un’altra persona è un atto di amore ancora più grande. Ci sono diversi tipi di attenzione. Quello puntuale seppur non costantemente presente, che ti permette di esserci per l’altro senza togliere a te stesso la libertà. E, poi, c’è quello dipendente, un cordone che mantiene totalmente legato chi aiuta a chi viene aiutato e sortisce una necessità senza cui quest’ultimo non potrebbe restare. È un attimo che, il secondo tipo di cura, diventi un bisogno costringente, che limita l’esistenza e la rende, con inevitabile dolore, insopportabile.

È proprio su fin dove ci si può spingere che il nuovo film francese Marche Ou Crève tratta, primo esordio nel lungometraggio della regista Tatiana Margaux Bonhomme, che firma la sua opera insieme alla sceneggiatrice Fanny Burdino. Quella sopportazione protratta all’infinito che, nonostante l’impegno slegato da qualsiasi obbligo se non quello del familiare, non può che ribollire portando quasi verso l’insano. Una voglia di fermarsi che non potrà però mai sopraffare l’amore, portando forse, più che altro, alla dimensione della comprensione.

Marche Ou Crève – Riprendere la disabilità e la vita, senza pietismo e senza fronzoliMarche Ou Crève cinematographe

La famiglia di Elisa (Diane Rouxel) si sta frantumando. È la condizione di un destino che si sta concretizzando nella maniera più inevitabile. Manon (Jeanne Cohendy), sorella della ragazza, ha un disabilità che non le permette di condurre una vita autonoma ed è questo il motivo per cui la loro madre se ne è andata. Non perché non le ami, né perché non tiene al futuro di Manon. È, anzi, per il suo bene che ha lasciato la casa, riservando al marito e a Elisa di giungere alla conclusione che altre soluzioni sono possibili. Ma i due non vogliono rinchiudere Manon in una clinica, destreggiandosi così tra il lavoro, le loro vite e le difficoltà del vivere quotidiano.

È un cinema che vuole riprendere la realtà quello di Marche Ou Crève, che non cerca il pietismo e neanche il modo per raggiungere più facilmente la carità del pubblico. È una ripresa, pulita e senza fronzoli, di ciò che significa vivere la disabilità tutti i giorni. Non è, infatti, soltanto il portatore della diversità a dover fronteggiare i disagi e le abitudini irregolari di una vita in cui si dovrà sempre essere vigili, ma viene espressa la faccia della normalità, della salute che a volte viene a mancare perché esausta di un peso inimmaginabile.

Marche Ou Crève – Perché oltre alla realtà c’è bisogno anche di altroMarche Ou Crève cinematographe

Essendo, dunque, più concentrato sul riportare con rispetto sia il personaggio della figlia Manon, sia il carico di responsabilità tali che comporta – e guardando la famiglia della ragazza sempre con medesima stima e indulgenza -, il film di Tatiana Margaux Bonhomme si colloca lì dove l’arte va perdendosi in favore della vita. Vita che, però, non sa sfruttare l’occasione che il cinema, facendo un passo indietro, le ha donato, limitandosi a riportare dei fatti senza che ci si possa legare poi alla storia e ai suoi protagonisti. Perché va bene avere l’idea precisa di cosa inquadrare, ma bisogna anche saper dire qualcosa che si stacchi dalle sole immagini e che arrivi a toccare direttamente al cuore di chi è disposto a guardare.

Anche volendo aggiungere la riflessione sul prendere coraggio e lasciar andare, nonostante la paura di abbandonare una creatura fragile nelle braccia del mondo, Marche Ou Crève non riesce ad essere nient’altro. Per questo purtroppo non basta, perché quel qualcos’altro serviva. Serviva per poter empatizzare col malessere che a volte ci vergogniamo di ammettere. Per far vedere che, oltre allo sforzo, c’è però sempre anche tanto sentimento.