GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE

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Le vie della distribuzione sono davvero infinite. A 12 anni dal debutto, era il 2009, capita anche questo, cioè che Madre, thriller dalle venature hitchcockiane che si diverte a giocare con il modello di riferimento mentre esplora gli abissi di un’interiorità portata al limite, trovi il modo di arrivare in sala qui da noi. Va detto, non il più riuscito, o il più completo, tra i gioielli della corona di Bong Joon-ho, consacrato dal trionfo di Parasite (2019) al di là di ogni ragionevole dubbio e ben oltre il nido sudcoreano.

Pure il film, notevole per ambizioni narrative e complessità psicologica, racconta molto del modo di fare cinema del suo autore proprio nel momento in cui ne distorce, ma solo in parte, alcuni assunti cardine. L’occasione per il pubblico italiano di rinfrescarsi la memoria e ritrovare il film dove merita di stare, cioè sul grande schermo, scatta a partire dall’1 luglio 2021. A distribuire, P.F.A. – Emme Cinematografica.

La scelta dell’attrice protagonista non è casuale, ecco perché

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C’è sempre qualcosa che si perde nella traduzione. Lo spettatore italiano non può sapere che la protagonista di Madre, che si chiama Kim Hye-ja, è una veterana del cinema e della televisione coreana. Sullo schermo grande e piccolo è stata icona di maternità, virtuosa e tranquilla. Ma, è buona regola in casi come questo, non si gira un buon film di genere senza togliere un pò di terra sotto i piedi allo spettatore.

Bong Jonn-ho conosce le regole del gioco e possiede certamente quel tanto di sadismo che fa buon brodo in un regista che funzioni. Lo shock per il pubblico coreano deve essere stato notevole, nel riscoprire un’icona tranquilla ribaltata con esiti così imprevisti e violenti. Perché questa madre si spinge molto in là. Il pubblico italiano difficilmente potrà godere del benefico effetto alienante indotto da questo sottile lavoro sul cast, ma valeva la pena fare luce, soprattutto per apprezzare meglio certe sfumature del film che altrimenti andrebbero perdute.

Una madre e un film che sarebbero piaciuti molto a Hitchcock

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Naviga il film senza nome, Kim Hye-ja. Madre e basta. L’incarnazione, potente e senza limiti, di un una forza vitale incrollabile. Un giovane figlio di 27 anni, Do-Joon, (Won Bin) cui manca tutto per essere indipendente. La donna lo custodisce e lo sorveglia, un giorno dopo l’altro trafficando in piante medicinali e agopuntura. Sarebbe piaciuta a Hitchcock, questa forza di donna e questo istinto manipolatore. Smuove il mondo quando l’innocenza del figlio è messa alla prova da una terribile accusa. L’omicidio di una giovane donna.

Il riferimento cinefilo non è peregrino. E non solo per la centralità riservata alla figura materna, tanto rilevante nell’universo simbolico del Maestro del Brivido. No, c’è dell’altro. Anche e soprattutto l’esplorazione delle pulsioni più recondite e oscure dell’animo umano e una riflessione accorata e niente affatto superficiale sul concetto di colpa e di peccato e sul trauma di un’innocenza accusata ingiustamente.

Sarebbe però ingenuo ridurre Madre e il suo fascino, indiscutibile, e la potenza, notevole, a un banale copia-incolla dell’algoritmo hitchcockiano. Bong Joon-ho informa i suoi film di un punto di vista netto, di un armamentario di idee e di un controllo stringente sul processo creativo. Autore, nel senso più nobile del termine. Qualunque stimolo o influenza esterna è mediata da una sensibilità che sa volgere le cose a suo vantaggio. Appoggiarsi ai classici permette a Bong Joon-ho di girare un film che gli appartenga, pure con qualche aggiustamento di prospettiva che va sottolineato.

Bong Joon-ho questa volta si concentra sull’interiorità e non si preoccupa troppo del contesto

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Nel raccontare i travagli di una madre che lotta contro i mulini a vento della società per provare l’innocenza del figlio, il film esplora le profondità di un sentimento condotto al punto di combustione estrema. Bong Joon-ho spreme l’amore e analizza il risultato. Metà antropologo, metà imbonitore. Lavora sulle convenzioni del genere e per questa via trova il modo non solo di rinfrescare la vetrina del thriller psicologico, ma anche di portare una ventata di novità all’interno del suo cinema.

Se lavori più conosciuti come Memorie di un Assassino e in parte anche The Host partivano dal dramma individuale (più o meno) per raccontare qualcosa di interessante sul mondo intorno, Madre sceglie decisamente la via del ripiegamento nell’interiorità.

Certo, c’è la sfiducia nelle istituzioni che non sentono o fingono di non sentire. La polizia che ignora e ridicolizza le rivendicazioni della donna, gli intrallazzi dell’apatico avvocato difensore. Nessuno crede nell’innocenza del ragazzo, salvo forse l’amico Jin-Tae (Jin Goo). Sprazzi di critica sociale. Ma non è qui il cuore del film. Bong si sbarazza del contesto per guardare dentro l’anima di una donna e raccontare in tutta la sua complessità un sentimento, una condizione e le sue mille ramificazioni. Talvolta si rimpiangono le meraviglie che il film avrebbe potuto regalarci si fosse concentrato anche sulla vita di fuori. Pochi ci sarebbero riusciti, certo Bong. Ma forse così Madre avrebbe perso qualcosa del suo fascino, la curiosa anomalia che regala il giusto sapore a una filmografia, allontanandola dalla ripetizione stanca dei soliti motivi.