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Con ben 13 milioni di biglietti venduti in Corea del Sud The Host, nel 2006, stabiliva un nuovo record di incassi in madre patria. Definito dal New York Magazine, forse con toni fin troppo enfatici, come “il miglior film di mostri di sempre” The Host, in originale Gwoemul, è diretto dal coreano Bong Joon-ho. Il campione di incassi vincerà numerosi premi internazionali tra cui ben tre riconoscimenti: agli Asian Film Awards, al Fantasporto per la miglior regia e due premi al Festival di Sitges, presentandosi come un prodotto tutt’altro che comune o standardizzato.

The Host: un film spiazzante e degno di rispetto

the host 2006 cinematographe.it

La storia non è certo fra le più originali nel panorama cinematografico, bensì è facilmente collocabile nel beast-movie; genere che ha spesso messo al mondo molti film a dir poco convincenti e/o interessanti. The Host si prefigura come una pellicola degna di rispetto, non distinguendosi certo per la sceneggiatura, ma per l’estrema eterogeneità dell’insieme filmico. La trama: un imprudente scienziato (Scott Wilson) fa riversare nelle acque del fiume Han, a Seoul, una sostanza chimica inquinante. Quest’ultima causerà la formazione di una creatura anfibia mostruosa che, uscendo dall’acqua, comincerà a terrorizzare e uccidere gli abitanti, causando un allarme biologico e provocando uno stato di massima sicurezza. Il mostro rapirà poi una bambina (Go Ah-sung): la macchina da presa da qui in poi seguirà la battaglia personalissima della famiglia (il padre interpretato da Song Kang-ho, la bellissima zia Bae Doona, l’eccentrico zio con il volto di Park Hae-il e il nonno il bravissimo Byun Hee-bong) impegnata a salvare la piccola dalle fauci dell’essere.

The Host si configura a tutti gli affetti un film spiazzante perché, se sulla carta sembra un classico b-movie, man mano che il film procede lo spettatore si rende conto di assistere a uno spettacolo completamente differente. La sceneggiatura del film permette, con grande abilità, di cambiare registro facilmente e velocemente passando dalla commedia, alla tragedia, all’azione, per giungere così alla riflessione sulla tematica politico-sociale: un genere inclassificabile in cui tutto si mescola con una inaspettabile omogeneità. Il regista così facendo non solo si dimostra credibile a livello di scrittura, ma anche talentuoso nel creare delle sequenze visionarie (si veda quella del primo attacco del mostro), complici anche gli affetti speciali (made Weta), una colonna sonora (curata da Lee Byung-woo) efficace e un cast con un’ottima interpretazione.

The Host: un’ottima colonna sonora e un cast convincente per un monster-movie stratificato e ben fatto

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Il film si delinea così come una delle opere più stratificate e complesse capace di mettere in accordo e convincere non solo la critica, ma anche più fasce e tipologie di pubblico. Quelle che colpiscono di questo quanto mai insolito monster-movie, sono le inquadrature diversificate, ottiche d’insieme corredate da una visione di forte impronta politico-sociale che guarda con ostilità al dispotismo governativo (incarnato da un lato dai funzionari americani e dall’altro dalle forze locali) e incorniciato da una fortissima tematica ambientalista. Il grande interrogativo che il film pone è chi sia veramente il mostro. È la creatura che lotta per la sua sopravvivenza o gli organi che dovrebbero tutelare e proteggere i cittadini, diventando piuttosto gli aguzzini capaci di trasformarli in delle vere e proprie cavie da laboratorio? Per non parlare poi della stessa genesi del mostro, che altro non è che il frutto dell’incuranza dell’uomo nei confronti della natura.

Tirate le somme nulla di nuovo emerge all’orizzonte. Tutti quelli che sono, infatti, temi cari al genere che hanno da King Kong a Godzilla, passando per Alien e Jurassic Park, i più svariati riferimenti cinefili. Il film tuttavia, spicca per una rinnovata freschezza che, grazie alla commistione di registri stilistici in grado di compenetrarsi l’un con l’altro, regalano una ventata di novità. La tematica orrorifica di base si colora con una decisa ironia di fondo in grado di divertire e divertirsi a sua volta, capace quindi di sondare commoventi piaghe non solo del melodramma familiare, ma anche sociali. I portabandiera di tutto sono un’insolita squadra di individui quantomeno curiosi, macchiette ben definite (come non citare l’eclettico Song Kang Ho) componenti di una bizzarra famiglia che agisce in un clima quanto mai surreale, in cui non si distingue dove finisce l’ironia e inizia il dramma. Gli effetti speciali si delineano come elementi credibili all’interno del film che insieme a ottime scelte registiche danno vita a scene di azione, velate da un tono quasi western, tramite rallenti e effetti sonori creano tempi ora dilatati ora sospesi. A un certo punto però il film si rilassa, anche troppo oltre il necessario, per poi ridestarsi nella parte finale in cui si raggiungono toni a dir poco epici che finiscono quasi per sorprendere lo spettatore.

The Host ne ha per tutti e per tutti i gusti: un tipo di cinema sopra le righe, capace di destabilizzare ogni cinque minuti vuoi per le svolte narrative, vuoi per la tecnica sfoggiata o per i temi sottesi. Lo spettatore è totalmente sprovvisto di una bussola direzionale, ma è ormai catturato da un’anomala avventura cinematografica.

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