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Il treno è un luogo perfetto in cui ambientare una storia. Zona liminare, il treno non appartiene a nessun luogo eppure si trova ovunque, fermando il tempo in un unico momento di attesa che può durare anche ore in una monotonia quotidiana fatta di orari, sguardi, incontri fugaci e discussioni annoiate. Soprattutto il treno è un grande specchio della società, dal momento che nella sua corsa raccoglie un campione perfetto dell’umanità cittadina, che si trova per un breve periodo di tempo a condividere il medesimo spazio. Su queste cose ha sicuramente riflettuto a lungo Jaume Collet – Serra prima di dirigere L’Uomo sul Treno, il suo quarto lungometraggio in collaborazione con Liam Neeson e nelle sale italiane dal 25 Gennaio con Leone Film Group ed Eagle Pictures.

Dominato dalla sua star, che appare in ogni singola scena del film, L’Uomo sul Treno è un teso thriller che palesa diverse ispirazioni rielaborate in un’unica storia dalle molteplici anime, non sempre perfettamente integrate tra loro. Invece di assistere a una sintesi di influenze, infatti, il film si presenta come un susseguirsi di stili e poetiche, diventando quasi un’antologia del genere mettendone in scena tutte le diverse correnti, dalla spy story al giallo, dal thriller psicologico al film d’azione, collegate da un solido filo narrativo che sostiene l’intera narrazione.

L’Uomo sul Treno: molte influenze da fonti diversissime tra loro

La trama de L’Uomo sul Treno è molto semplice da riassumere. Michael (Liam Neeson, Mark Felt: The Man Who Brought Down the White House, Sette Minuti dopo la Mezzanotte) ha sessant’anni, un passato da ex poliziotto, due mutui e un figlio da mandare al college; mentre torna a casa in treno dopo essere stato licenziato viene avvicinato dall’affascinante Joanna (Vera Farmiga, The Conjuring – Il Caso Enfield, la serie tv Bates Motel) che gli propone un affare: trovare per lei una persona a bordo del treno prima dell’arrivo al capolinea in cambio di una cospicua somma di denaro. Michael accetta, e da quel momento si trova al centro di un pericoloso mistero da risolvere prima della fine della corsa, a costo della vita di tutti i passeggeri.

L'Uomo sul Treno cinematographe
Michael (Liam Neeson) e Joanna (Vera Farmiga) in una scena del film

Scritto da Byron Willinger e Philip de Blasi, L’Uomo sul Treno tradisce fin dall’inizio una chiara ispirazione Hitchcockiana nel suo racconto di un uomo comune manipolato da oscure personalità apparentemente onnipotenti e onniscienti e trascinato suo malgrado in un vortice di pericolo e azione; torna subito alla memoria, ad esempio, Intrigo Internazionale, che Collet – Serra sembra anche omaggiare nella scelta di alcune inquadrature in cui Michael diventa una sorta di erede di Cary Grant. Similmente, Micheal assume anche il ruolo di James Stewart ne La Finestra sul Cortile, chiamato a osservare e analizzare i comportamenti e le parole delle persone di fronte a lui per scoprire chi effettivamente nasconda la chiave per risolvere il mistero principale del film: chi è Prynne, e cosa nasconde nella sua borsa?

Allo stesso tempo si assiste alla costruzione di un giallo secondo l’inconfondibile stile di Agatha Christie, simile al meccanismo su cui si basa Assassinio sull’Orient-Express, il cui nuovo adattamento a opera di Kenneth Branagh è da poco uscito nelle sale. Anche in questo caso un detective (Michael ha un passato da ex poliziotto) è chiamato a svelare i misteri racchiusi all’interno dell’ambiente claustrofobico di una carrozza ferroviaria interrogando la rosa di personaggi che viaggiano con lui, tutti ben intenzionati a non rivelare immediatamente la verità. Oltre agli spunti narrativi, L’Uomo del Treno condivide con lo stile di Agatha Christie anche l’importanza della caratterizzazione dei personaggi, estremamente diversificati e contestualizzati per dare verosimiglianza alle loro storie, ognuna delle quali cela un piccolo segreto da svelare nel corso del film. La trama appare quindi come una solida costruzione di carte in cui l’enigma principale fornisce le fondamenta sulle quali erigere un mosaico di segreti e bugie, sotto la spada di Damocle costituita dal capolinea.

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Michael (Liam Neeson) in una scena del film

Accanto a queste ispirazioni coesiste anche una nutrita vena d’azione che, dopo aver accompagnato con discrezione l’indagine di Michael, esplode con prepotenza nella seconda parte del film cambiandone radicalmente il registro. Si tratta della parte forse meno riuscita di L’Uomo del Treno, che fin qui aveva fondato il suo soggetto su un uomo qualunque alle prese con una situazione più grande di lui; nella seconda parte del film, invece, Neeson sembra tornare a vestire i panni degli eroi di tanti suoi film precedenti, annullando qualsiasi immedesimazione da parte dello spettatore che aveva in precedenza camminato agevolmente nelle scarpe di Michael, visto come un protagonista affidabile ma quotidiano. Fortunatamente si tratta anche delle scene in cui la regia dà il meglio di sé, muovendosi agevolmente sia in un catastrofico incidente ferroviario sia in una lotta all’ultimo sangue tra due persone, realizzato in un pregevole piano sequenza che, seppur non mascherando sempre alla perfezione i propri trucchi, riesce tuttavia a coinvolgere lo spettatore nella violenza di un combattimento in tempo reale.

L’Uomo sul Treno: un patto diabolico alla base di un inquietante dilemma

A monte di tutta questa articolata costruzione narrativa si trova però un semplice, ma allo stesso tempo terrificante, quesito etico: porteresti a termine un compito che non influirà in alcun modo sulla tua vita, ma solo su quella di uno sconosciuto, in cambio di un vantaggio personale? Una formula evidentemente luciferina che assimila il breve incontro tra Michael e Joanna a un patto faustiano: l’uomo vende inconsapevolmente la propria anima al diavolo, trovandosi da quel momento in poi alla mercé del suo volere.

Sebbene non particolarmente originale come spunto narrativo, questa domanda appare comunque sempre attuale nella sua natura di tentazione, tesa a far cadere in trappola l’innocente di turno. In questo caso, tuttavia, il quesito si rivela essere pilotato in modo da non prevedere altre risposte oltre a quella affermativa, annullando la vera inquietudine insita nella domanda, ossia proprio la tentazione, che viene a mancare insieme al libero arbitrio. Allo stesso modo la questione perde progressivamente importanza man mano che il film procede e la storia allarga notevolmente la sua prospettiva arrivando a comprendere complotti governativi e cacce all’uomo, minimizzando sempre di più l’importanza iniziale dell’accordo tra Michael e Joanna. La tentazione che dà inizio alla storia diventa quindi sempre meno influente per la storia stessa, vanificando quello che forse è lo spunto più interessante del film: trovandoci nella stessa situazione, ci comporteremmo allo stesso modo? Una domanda già più volte posta al cinema ma che non manca di suscitare continuamente una riflessione da parte dello spettatore.

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Vince (Shazad Latif), uno dei tanti viaggiatori sul treno metropolitano

Veloce, rumoroso ricco di azione e, sorprendentemente, con una sceneggiatura abbastanza buona, L’Uomo del Treno è quindi un riuscito thriller che, sebbene perda verso la fine il senso della storia che intende raccontare, non manca di soddisfare le attese di un pubblico a caccia di emozione e divertimento. Un interessante e pregevole divertissement di genere abilmente diretto e con un’eccezionale protagonista che offre un’ottima prova attoriale.