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Alcune piante sono belle… da morire. Basti pensare a quelle carnivore che possono incantare con il loro aspetto, ma si rivelano spesso velenose e responsabili di conseguenze anche letali per gli esseri umani. La 72° edizione del Festival di Cannes coltiva il suo pollice verde con Little Joe, il film in concorso diretto da Jessica Hausner, regista austriaca di Lovely Rita, Lourdes e Amour Fou.

Emily Beecham è Alice, una madre single che lavora come fitogenetista in un laboratorio di ricerca dell’asettica corporation Planthouse. Insieme al collega Chris, interpretato da Ben Whishaw, la donna crea una pianta in grado di donare felicità agli esseri umani. Infatti se viene curata nel modo giusto, questa sprigiona un profumo che rende felici grazie a un ormone della maternità. Alice è orgogliosa di questo suo esperimento che battezza “Little Joe” in onore del figlio e ne porta a casa un esemplare. Dopo breve tempo però iniziano a verificarsi strani avvenimenti all’interno del laboratorio e il figlio di Alice si comporta in modo strano. Forse quella pianta rossa e bellissima produce degli effetti collaterali per coloro che respirano il suo polline e occorre capire perché e di chi è la responsabilità.

Little Joe: da Cannes arriva un thriller-critica allo sfruttamento della natura

Hausner racconta una storia di emozioni umane a tratti surreale, immergendo i personaggi in una dimensione sci-fi botanica, originale e intima. Le vittime di “Little Joe” cambiano la loro personalità in modo molto sottile, ma ugualmente allarmante. Al cinema questa idea è stata a volte opera di alieni, a volte la conseguenza di un’epidemia. Hausner propone una nuova versione a suo modo efficace e curiosa. Little Joe ricorda molto le atmosfere di film come Il villaggio dei dannati o L’invasione dei mostri verdi, scegliendo la struttura di un dramma di fantascienza riflessivo e contaminato dal thriller.

Cannes 2019 - Little Joe cinematographe.it

La messa in scena è sicuramente suggestiva e a tratti claustrofobica, anche se colpisce soprattutto una fotografia pulsante di tinte forti come il rosso che domina l’inquadratura insieme a colori pastello della scenografia e dei costumi dei personaggi.

L’effetto finale è un film ambizioso, intrigante e ipnotico dall’estetica pulp. Un ruolo fondamentale ha inoltre la musica che ha una una vera e propria valenza narrativa. Percussioni e suoni tribali accompagnano le varie scene e suggeriscono allo spettatore l’immediato futuro. Al centro di Little Joe regna pertanto una inquietudine scientifica discretamente spietata.

Ben Whishaw, dopo essere stato schiavo delle essenze nel film Profumo – Storia di un assassino, torna nei panni di un individuo ambiguo e pericoloso. Collabora con il resto del cast freddamente carismatico come richiede la sceneggiatura, compreso il giovane attore Kit Connor. Tuttavia Little Joe pone l’accento anche sulla questione ambientale, sottolineando le conseguenze negative che possono derivare dalla sperimentazione dell’uomo. Creare piante innestate in questo caso rappresenta una violazione della natura per la regista, e la creazione di Alice si rivolta contro di lei come un tradizionale Frankenstein.

Si tratta quindi di un film che vuole proporre anche una critica allo sfruttamento del pianeta e all’arroganza dell’uomo, guidato troppo spesso da una sete di  conoscenza pericolosa. La competizione con qualcosa più grande di lui può essere letale.

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