GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE

VOTA IL FILM ORA!

5

MEDIA VOTI PUBBLICO

Per Zlatolin Donchev e il suo Libro di Giona si dovrebbe dire buona la prima, con l’esordio dietro la macchina da presa dell’assistente alla regia dei fratelli De Serio (qui nelle vesti di produttori) che qualche mese fa al Festival dei Popoli, in occasione del battesimo di fuoco, si è aggiudicato il Premio Tënk. Un riconoscimento, questo, che non è passato inosservato, quel tanto da avergli fatto guadagnare la chiamata nella cinquina dei titoli chiamati a contendersi il Premio Corso Salani del 32° Trieste Film Festival. Ed è nel corso della kermesse giuliana che abbiamo avuto l’occasione di recuperare il documentario del regista di origini bulgare che vive e lavora tra Sofia e Genova, quest’ultima cornice di un ritratto umano “dipinto” in punta di cinepresa.

Libro di Giona: un ritratto umano fatto in punta di cinepresa con lente pennellate

Libro di Giona cinematographe.it

Un ritratto, quello di Massimiliano, fatto di lente pennellate dilazionate nel tempo, due lunghi anni in cui l’autore ha filmato con pazienza e delicatezza il protagonista nel suo percorso personale di risalita e forse di rinascita. Un percorso che potrebbe sottrarlo da una condizione precaria e di disagio che ha scelto dopo aver rifiutato il passato e la famiglia. Lo conosciamo mentre vive per strada, nel ventre della sua macchina parcheggiata chissà dove, piena zeppa di oggetti ammassati. Quella al momento sarà la sua casa ed è lì che torna tutte le sere per dormire e riparasi dalle intemperie. Sulla carta si prospetta il racconto dell’esistenza di quello che per la Società è uno dei tanti “invisibili”, reso tale anche dall’indifferenza della gente. Di quella gente però a deciso di non fare parte Donchev e Libro di Giona ne è la testimonianza.

Un’opera che va compresa prima di essere giudicata, con la quale bisogna entrare in sintonia per carpirne l’essenza

Libro di Giona cinematographe.it

Il regista ci porta al seguito di Massimiliano accompagnandoci per mano nella sua quotidianità senza mai ridurlo alla condizione di senzatetto. La realtà è quella che è e resta tale, dura e pesante da sopportare, ma l’approccio e lo sguardo che caratterizzano il film riescono magicamente a trasfigurarla, o quantomeno a restituire una dimensione altra che riesce ad andare oltre. Ed è lì la forza di un’opera che va compresa prima di essere giudicata, con la quale bisogna entrare in sintonia per carpirne l’essenza e la mission. Ciò che scorre sullo schermo è un film che potrebbe allontanare quello spettatore che si ferma all’apparenza, che non vuole e non sa andare a scavare sotto una superficie grezza, povera visivamente ma ricca di stratificazioni e di umanità. Il ritmo blando, la “sporcizia” di una macchina da presa libera come libero è il soggetto immortalato, unito a qualche limite evidente nell’audio, non giocano a favore della causa. Si tratta di limiti riscontrabili, ma che si possono comunque superare nel momento in cui si decide di accettare le regole d’ingaggio della fruizione.

Libro di Giona è una “radiografia dell’anima” di un uomo che lotta con se stesso prima che con quello che lo circonda

Libro di Giona cinematographe.it

Libro di Giona è una “radiografia dell’anima” di un uomo che lotta con se stesso prima che con quello che lo circonda; una lotta che intreccia la vita quotidiana con quella interiore. Il tutto si materializza in un oggetto audiovisivo ibrido, che solo per comodità iscriviamo nella famiglia allargata del cinema del reale. Nel suo DNA ci sono contaminazioni di linguaggio che entrano a gamba tesa sulla timeline, mescolandosi senza soluzioni di continuità tra cinetica e fotografia. La chiave per accedere sono proprio le foto scattate dal protagonista con il suo vecchio cellulare, attraverso le quali si viene a creare un intimo dialogo silenzioso con il regista. È questo l’unico strappo alla regola rispetto al vademecum teorico di un pedinamento zavattiniano che Donchev segue in maniera rigorosa.