La voce della pietra: recensione del film con Emilia Clarke

Un thriller psicologico dalla struttura decisamente classica, che sembra voler omaggiare i film di genere degli anni '50 e '60.

La voce della pietra (Voice From the Stone) è un film di Eric D. Howell, tratto dal romanzo omonimo di Silvio Raffo, con Emilia Clarke, Marton Csokas, Caterina Murino, Kate Linder e Lisa Gastoni.

La storia è ambientata in Toscana negli anni ’50. L’infermiera Verena (Emilia Clarke), specializzata in counseling pedagogico, viene convocata in una opulenta villa toscana alla Rocciosa dal vedovo Klaus (Marton Csokas), poiché il suo giovane figlio Jakob (Edward Dring) dopo la morte della madre si è chiuso in un triste e sempre più preoccupante mutismo elettivo. Verena non è la prima persona che si è prodigata nell’assistere Jakob, ma il risultato non è mai cambiato: il figlio di Klaus ha smesso definitivamente di sorridere, di piangere e di parlare, vivendo in un’isolamento totale.

Verena allora, per carpire la causa scatenante di quel mutismo e la psicologia di Jakob, tenta di far luce sulla sua famiglia a partire dal padre, Klaus, che è un abile scultore, e soprattutto sulla madre scomparsa, Malvina (Caterina Murino), una pianista celebre e di talento, acclamata a livello internazionale. Verena ben presto scoprirà non solo che la famiglia di Malvina possedeva quella villa da oltre 1200 anni ma che in quella tenuta, tenebrosa e silenziosa, si annida uno spirito nefasto inconsolabile.

La voce della pietra: il film con Emilia Clarke e Lisa Gastoni tratto dal libro di Silvio Raffo

La voce della pietra

La voce della pietra è un film intriso di un’atmosfera trascendentale, ambientato in una cornice autunnale di una Toscana nebbiosa e nuvolosa (girato nel senese, tra San Quirico d’Orcia e il Castello di Celsa) raramente fotografata o resa in un film come tale, tra cripte ombrose e statue fatiscenti. La protagonista di questa particolare vicenda è Verena, interpretata in modo semplice ed austero, inizialmente, da Emilia Clarke: il suo personaggio è un po’ un incrocio tra Mary Poppins e la seconda signora de Winter (Rebecca – La prima moglie) quando la vediamo arrivare nella remota casa dell’Italia rurale.

Il ruolo di Emilia Clarke vive di una specifica evoluzione, sia dal punto di vista espressivo che estetico: Verena è sempre uniforme nella sua presentazione, indossa l’emozione giusta come un abito e l’abbigliamento corrisponde sempre allo sviluppo del suo personaggio. Verena è prigioniera di un suo incantesimo: l’ossessione di salvare e curare i bambini. Una figura che passa dall’essere una babysitter, con abiti semplici e un sorrisetto compiaciuto, che non ha legami con nessuno, castigata nei modi e nella mise, ad essere una donna affascinante e suadente.

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La voce della pietra è una pellicola che perde le sue qualità nel corso del racconto

La voce della pietra

Il tono decadente e sfocato del film, quasi dalle tinte gotiche, è però disastrosamente prosciugato da ogni suspense: il regista sembra voler omaggiare i thriller degli anni ’50 e ’60, e può ricordare a tratti i racconti di Edgar Allan Poe (la malattia, il fantasma e la sepoltura). La cosa migliore del film è proprio la cinematografia silenziosa, quest’atmosfera in cui si sente quasi l’odore delle foglie bagnate, quei cieli toscani torbidi come un antico dipinto che prende vita. Il film di Eric D. Howell racconta una storia di fantasmi psichici e l’aspetto più interessante è proprio il suo lato spettrale, implacabile; c’è qualcosa che toglie il fiato, qualcosa riguardante la villa, gli ambienti, e il regista lascia trasparire molto dell’architettura drammatica del film dalle rocce, dalle pietre della vecchia casa.

Questo film, questo thriller psicologico, ha una struttura decisamente classica: resta sommesso ed intimo, raffinato con un taglio decisamente crepuscolare, con una narrazione positivamente calma, dai ritmi lenti ed essenziali. Qui la spettacolarità è un concetto estraneo, c’è sobrietà, c’è classe nell’esposizione. Eppure, nonostante la grazia e le armonie visive, La voce della pietra è una pellicola che perde le sue qualità nel corso del racconto, non riesce a spingersi verso il suo apice e a donarci quella giusta tensione drammatica. La voce della pietra è un film suggestivo, che ha un tocco encomiabile, quasi vecchia scuola, ma le cui premesse rischiano di non farlo decollare mai.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 2

2.8

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