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Da diversi anni la cinematografia indiana sta cercando di ampliare il proprio bacino di utenza, allargando gli orizzonti produttivi e distributivi ben oltre le mura amiche. I motivi sono tanti, alcuni dei quali piuttosto facili da intuire e riguardano non solo questioni di natura squisitamente economiche. Se da una parte i temi e gli stilemi, i colori e le sonorità, del cinema bollywoodiano hanno da sempre rappresentato un marchio assai riconoscibile, che ha permesso all’Industria in questione di “esportare” all’estero i numerosi prodotti audiovisivi realizzati nel corso della stagione, dall’altra il suddetto filone è un’etichetta ingombrante sempre più difficile da scrollarsi di dosso. Motivo per cui i registi, gli sceneggiatori e i produttori locali hanno iniziato a puntare su storie e generi in grado di attirare l’attenzione dei mercati internazionali. Il risultato è una serie di film costruiti intorno a plot e personaggi che strizzano l’occhio all’Occidente. In questa direzione, a dare ulteriore manforte c’è la letteratura, che ha prestato e sta prestando pagine su pagine alla causa con romanzi di successo firmati da scrittori indiani e non. Questi hanno stuzzicato e non poco l’appetito dei cineasti d’oltreoceano che, dopo essersi assicurati i diritti, hanno trasformato quelle pagine in film ormai noti al grande pubblico. Così dopo The Millionaire di Danny Boyle (da Le dodici domande di Vikas Swarup) e Life of Pi di Ang Lee (dal romanzo di Yann Martel), ecco arrivare sugli schermi, per la precisione quelli di Netflix (dal 22 gennaio), La tigre bianca di Ramin Bahrani.

La tigre bianca cinematographe.it

Il risultato è una serie di film costruiti intorno a plot e personaggi che strizzano l’occhio all’Occidente. In questa direzione, a dare ulteriore manforte c’è la letteratura, che ha prestato e sta prestando pagine su pagine alla causa con romanzi di successo firmati da scrittori indiani e non. Questi hanno stuzzicato e non poco l’appetito dei cineasti d’oltreoceano che, dopo essersi assicurati i diritti, hanno trasformato quelle pagine in film ormai noti al grande pubblico. Così dopo The Millionaire di Danny Boyle (da Le dodici domande di Vikas Swarup) e Life of Pi di Ang Lee (dal romanzo di Yann Martel), ecco arrivare sugli schermi, per la precisione quelli di Netflix (dal 22 gennaio), La tigre bianca di Ramin Bahrani.

La tigre bianca: l’epico viaggio di un umile autista dalle baracche di una slum ai piani alti della Società

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Del resto l’appetito viene mangiando e dopo il successo planetario ottenuto dai colleghi, il cineasta statunitense ha deciso di percorrere la medesima strada mettendo mani sul bestseller (vincitore del prestigioso Booker Prize nel 2008) di Aravind Adiga, che racconta  l’epico viaggio di un servitore e autista di nome Balram (interpretato da Adarsh Gourav) proveniente da un villaggio povero alle porte di Nuova Delhi che con astuzia e stratagemmi vari riesce a liberarsi dei suoi padroni e a scalare i piani alti diventando a sua volta un ricco imprenditore. Per farlo dovrà oltrepassare il limite e diventare molto peggio di loro, mettendo da parte l’aurea candita, ingenua ed onesta che lo aveva accompagnato sino a quel momento. La vita del protagonista, le montagne russe che si troverà ad affrontare, si tramutano ben presto nello specchio che riflette i mali incurabili della Società indiana, dei quali diventa suo malgrado l’espressione.

Un drastico cambio di registro muta pelle al mood di La tigre bianca

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Si parte come di consueto con il classico percorso in salita dell’ultimo che cerca di sopravvivere e per questo si aggrappa con le unghie e con i denti alle occasioni della vita, a quel treno che passa una volta sola e che può stravolgertela completamente. Tra una disavventura e l’altra lo vediamo crescere da adolescente che vive nel fango di una slum sino all’approdo nella famiglia nobiliare di turno. La svolta che cercava, insomma, peccato che i padroni sotto sotto si dimostrano poco trasparenti e dediti alle mazzette per evitare il fisco. Ed ecco che l’incidente di percorso lo porta ad essere l’agnello da sacrificare, spalancando le porte al lato oscuro del personaggio. In quel momento, quando il copione sembrava già scritto, il destino di Balram e del film prendono un’altra strada. Un turning point, questo, che cambia pelle alla storia e rilancia le aspirazioni della pellicola, altrimenti indirizzata verso la comfort zone della dramedy con l’happy ending, il carico di buoni sentimenti e le tematiche rilevanti incorporate (politica, religione, corruzione, diseguaglianze sociali legate al sistema delle caste, famiglia, sottomissione delle donne, schiavitù e violenza). Insomma, la routine narrativa e drammaturgica alla quale i feel-good movies ci hanno abituato.

In La tigre bianca viene meno la componente favolistica di film come The Millionaire e My Dear Prime Minister

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Dopo il giro di boa della prima delle due ore, infatti, in La tigre bianca viene meno la componente favolistica, quella spalmata così generosamente sulla timeline di film come il già citato The Millionaire o My Dear Prime Minister di Rakeysh Omprakash Mehra. Il racconto muta registro e si fa più tetro, tingendosi di nero e di colori acidi. Ad aiutare Bahrani nel percorso di trasformazione non è solo la scrittura ma anche e soprattutto la fotografia di Paolo Carnera che, con il suo inconfondibile tocco cromatico, dipinge sullo schermo un affresco malato e marcio senza speranza. Quello che si palesa davanti agli occhi degli abbonati di Netflix è un film letteralmente spaccato in due tronconi, del quale preferiamo di gran lunga il secondo, laddove la luce viene spazzata via dall’oscurità.