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La mafia non è più quella di una volta. Basterebbe questo per chiudere qualsiasi argomentazione sul nuovo provocatorio, grottesco documentario di Franco Maresco che, durante la 76 Mostra del Cinema di Venezia, presenta tutto il suo personale scetticismo. Sembra impossibile parlare di un film che nella sua natura non ha una vera trama. Questo perché sullo schermo il tema centrale è uno, ovvero i 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Ma in realtà Maresco parla di tutto ciò che gravita attorno al concetto di mafia e lo fa coinvolgendo personaggi bislacchi e altri sicuramente più validi.

Siamo nel 2017 e Franco Maresco decide di fare un’indagine toccando da vicino i quartieri più delicati e periferici di Palermo, tra cui lo Zen, seguendo i personaggi che lo abitano e scegliendo, forse non a caso, i suoi intervistati per porre loro domande sulla memoria dei due magistrati uccisi da Cosa Nostra, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

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La mafia non è più quella di una volta: il film di Franco Maresco in concorso durante Venezia 76

Ma il documentario di Maresco è anche altro. È nelle foto di Letizia Battaglia, la fotografa celeberrima che con i suoi scatti ha raccontato le guerre di mafia, definita dal New York Times una delle “undici donne che hanno segnato il nostro tempo”. È nella figura di Ciccio Mira, improvvisato e sempliciotto organizzatore di feste di piazza che tenta di organizzare un singolare evento allo Zen di Palermo: “I neomelodici per Falcone e Borsellino”.

Tutto questo è La mafia non è più quella di una volta, uno sguardo pungente, sapido su ciò che circonda il concetto di omertà, di mafia per l’appunto. Maresco gioca, si fa per dire, con dei personaggi sgangherati, talmente bizzarri che, a un certo punto, sembrano anche loro giocare un ruolo in una farsa nemmeno troppo celata. Ma non è così. Quei personaggi sono reali, nessuno di loro è un consumato attore, un caratterista. Maresco poi su Ciccio Mira aveva già puntato gli occhi con il suo Belluscone – Una storia siciliana, nel 2014. E torna dopo tre anni sempre tra quelle strade a perdersi in una città dove lo squallore, la reticenza fanno da padroni, dove il silenzio è l’unica lingua ben accetta: è genetica, dirà Mira.

Maresco si prodiga in un’analisi antropologica che può sorprendere, può far sorridere, ma che in fondo, lascia l’amaro in bocca, un senso di incredulità. Attraverso quei fotogrammi in bianco e nero il regista sceglie di inquadrare non la parte sana, impegnata della società palermitana, ma quella da sempre omertosa, complice con una certa visione della realtà siciliana, e non solo.

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La mafia non è più quella di una volta: uno sguardo pungente su ciò che circonda il concetto di omertà

Maresco nel fotografare le parate e le commemorazioni dei 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio non sceglie solo il punto di vista consolidato, l’assodato, non segue con interesse la passerella istituzionale che tocca Palermo per un giorno, con i ministri e le alte figure dello Stato: Maresco si insinua sul campo, nelle periferie, va ai margini della società, laddove il suo pessimismo, il suo disincanto politico ha ragion d’essere. Anche le manifestazioni ufficiali ai suoi occhi e a quelli della Battaglia sono imbarazzanti: tra cori da stadio, balli e musica dance, è impossibile non essere d’accordo con la fotografa palermitana quando dice “allora piangevamo, oggi si canta”.

Ciò che se ne evince è una realtà feroce, ripugnante. Durante il singolare evento allo Zen di Palermo, ovvero I neomelodici per Falcone e Borsellino, gli “artisti”, selezionati per cantare ed esibirsi, si rifiutano categoricamente di pronunciare un secco “No alla Mafia”: per loro è giusto commemorare i due magistrati ma solo per “l’illuminazione stradale, le scuole e i giardini“. Sembra follia eppure è accaduto.

Maresco si inabissa in quella realtà, diventa anche lui una vittima di quei linguaggi, di quell’omertà, dei loro silenzi compiaciuti, impauriti. Maresco mescola gli argomenti, i concetti, i ricordi, il documentario e la finzione, per fare il punto della situazione e per cercare di capire se il nostro Paese, e in particolare Palermo, abbia un problema con quel dolore, con quella frattura insita nello Stato, in una parola con la (nostra) memoria.

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