stasera in tv la leggenda del pianista sull'oceano recensione

La leggenda del pianista sull’oceano rappresenta una delle poche trasposizioni cinematografiche davvero soddisfacenti. Tratto dal monologo  teatrale Novecento di Alessandro Baricco, la riuscita di questa pellicola risiede principalmente nello straordinario materiale di partenza: poche pagine di pura poesia che, nelle mani esperte di un grandissimo attore (Tim Roth) e di un ottimo regista (Giuseppe Tornatore), si sono potute espandere in un film in grado di racchiuderne e sublimarne ogni sfumatura.

Danny Boodmann T. D. Lemon Novecento nasce su un transatlantico in servizio tra l’ Europa e New York, il Virginian, e lì viene  abbandonato in fasce da genitori non in grado di prendersene cura, nella speranza che qualche facoltoso passeggero di prima classe gli offra un’ esistenza dignitosa. Ma, si sa, la vita è imprevedibile e l’indifeso trovatello finisce nelle rudi ma amorevoli mani di un macchinista di colore (Bill Nunn), che gli attribuisce il suo nome e lo completa con un fantasioso seguito ispirato alle circostanze del ritrovamento e al nuovo millennio appena cominciato. E pazienza che quel sibillino T.D. impresso sulla cassetta di limoni in cui l’uomo trova il neonato  non significhi  “Thanks Danny” come lui pensava… il buon Danny cresce Novecento come un figlio, sostenuto dalla complicità e dall’ affetto del resto dei membri dell’equipaggio.

La leggenda del piainista sull'Oceano Novecento
Novecento nella scatola in cui è stato abbandonato

Dopo la tragica scomparsa del padre adottivo, Novecento si scontra per la seconda volta con la durezza della vita, maturando nella propria mente di bambino e poi uomo il sentimento che la nave sia la sua unica garanzia di protezione e salvezza, contro un mondo imprevedibile e crudele. Compagno fedele del suo approccio disincantato ma entusiasta alla vita, il pianoforte, attraverso il quale il giovane uomo tesse sublimi ed incantevoli note addosso al mondo di passaggio che lo circonda, interpretando con finezza caratteri e personalità dei passeggeri, attraverso la cui storia Novecento impara a conoscere il mondo senza avervi mai messo piede.

La leggenda del pianista sull’oceano racchiude in sé la metafora di un’esistenza che è specchio stesso dei timori di ogni uomo: l’ignoto, l’indefinito, attraverso cui Alessandro Baricco ha tessuto la storia leggendaria di questo eterno bambino che forse simboleggia, a partire dal proprio nome, l’inquietudine dell’affacciarsi ad  un futuro incerto ed incontrollabile: il nuovo millennio.

La narrazione è affidata alla memoria del più grande amico del protagonista, un trombettista incontrato sulla nave (Pruitt Taylor Vince) che, conoscendo Novecento meglio di chiunque altro, tenta disperatamente di salvarlo da una fine che, come lui stesso in cuor suo sa, è già scritta.

La leggenda del pianista sull'oceano
Una delle scene clou

Eccellente l’interpretazione di Tim Roth che, senza alcuno sforzo, riesce a dare vita e voce ad un personaggio letterario all’altezza del Grande Gatsby, la cui inscalfibile speranza, tuttavia, non risiede nell’amore ma nell’essere perfettamente consapevole di quale sia la propria strada, una sicurezza che spiazza e commuove per la semplicità tragica con la quale si esprime.

La colonna sonora si erge a co-protagonista assoluta in questa pellicola e, grazie alla maestria di Ennio Morricone, regala allo spettatore la possibilità di tuffarsi nel magico mondo di Novecento, fatto di virtuosismi musicali, di Jazz ma soprattutto di emozioni intense e sottili: un’ inspiegabile nomination mancata, insieme a quella per miglior attore protagonista, da parte dell’Academy e degli altri colossi  del settore.

Unici punti non pienamente centrati di quest’opera cinematografica memorabile le scenografie, a causa di una ricostruzione delle ambientazioni talvolta  troppo poco realistica, e l’assenza della mano magica di Baricco nella realizzazione della sceneggiatura che, a tratti, si impoverisce rispetto al testo originale, mentre  in altri punti si  appesantisce con  esclamazioni dialettali forzate e recitate enfaticamente da comparse non troppo preparate: una piccola pecca che non si può non perdonare ad un Giuseppe Tornatore che riesce a regalarci quasi tre ore di pura magia e vero Cinema.

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