La concessione del telefono – C’era una volta Vigàta: recensione del film in onda su Rai 1

L’immaginifico mondo di Vigàta nato dalla penna di Camilleri torna in tv, arena di una nuova avventura. Con La concessione del telefono, la collection si arricchisce di una coinvolgente commedia degli equivoci sui mali che gravavano e gravano ancora sulla Sicilia.

Dopo il successo di La mossa del cavallo e La stagione della caccia, che hanno entrambi superato il 30% di share con le rispettive messe in onda, l’immaginifico mondo di Vigàta nato dalla magica penna di Andrea Camilleri è tornato sul piccolo schermo, arena di una nuova avventura andata in scena nella prima serata della rete ammiraglia della Rai il 23 marzo scorso. Si tratta de La concessione del telefono, tratto dall’omonimo romanzo del 1998, che purtroppo, dati d’ascolto alla mano, non ha regalato il due senza tre sperato, ma il 15% registrato è comunque un risultato di tutto rispetto, secondo solo al 16,3% di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban trasmesso su Italia 1.

La collection di C’era una volta Vigàta si arricchisce di un nuovo capitolo

Numeri a parte che spesso come in questo caso non rispecchiano gli effettivi valori in campo, la collection di C’era una volta Vigàta si arricchisce di un nuovo capitolo che riporta alla ribalta l’immaginaria cittadina sicula, resa unica dalla fantasia del grande scrittore di Porto Empedocle e cornice in epoca più recente delle inchieste dell’amato Commissario Montalbano (ultime in ordine di tempo le trasposizioni di Salvo amato, Livia mia e La rete di protezione). L’autore, infatti, riavvolge le lancette dell’orologio sino alla seconda metà dell’Ottocento, per la precisione al 1891, catapultandoci al seguito di Pippo Genuardi (Alessio Vassallo), un commerciante di legnami nato in quel di Vigàta il 3 settembre 1856. Ma sia chiaro: quella non è la sua occupazione maggiore, anzi, potremmo dire che il suo vero talento è quello di cacciarsi nei guai.

Spiantato, ironico, amante delle donne e della tecnologia, Pippo sembrerebbe aver messo la testa a posto sposando Taninè Schilirò (Federica De Cola), figlia dell’uomo più ricco di Vigàta, ma il nostro protagonista è appunto un uomo che in realtà non si accontenta mai. E così, spedendo tre lettere al Prefetto Marascianno (Corrado Guzzanti), mette in moto un meccanismo che lo porterà a trovarsi sotto due fuochi incrociati: lo Stato, che pensa di avere a che fare con un pericoloso sovversivo, e l’uomo “di rispetto” Don Lollò (Fabrizio Bentivoglio), che inizia a credere che il Genuardi lo stia prendendo per fesso. Per ottenere l’agognata “concessione del telefono”, infatti, Genuardi sarà disposto a tutto: cercare l’appoggio di suo suocero, ma anche della mafia; corrompere funzionari pubblici e tradire il suo vecchio amico Sasà (Corrado Fortuna). Il tutto sotto gli occhi del Questore Monterchi (Thomas Trabacchi), venuto dal Nord, che osserverà sgomento e impotente il concatenarsi folle degli eventi.

La concessione del telefono: alla scoperta del romanzo storico di Camilleri

La concessione del telefono Cienmatographe.it

Di fatto, La concessione del telefono è parte integrante di una narrativa anch’essa molto cara al compianto Maestro e in quanto tale porta alla scoperta il lettore prima e lo spettatore televisivo poi di un secondo aspetto e filone chiave nella sua produzione letteraria, ossia il romanzo storico. Dal punto di vista espressamente letterario il volume in questione non segue i canoni classici del romanzo. Nell’opera, infatti, si alternano due forme di scrittura, che Camilleri chiama “cose scritte” e “cose dette”: le “cose scritte”, riportate tipograficamente nel testo del romanzo nella loro “autenticità” grafica, sono lettere, siano esse richieste in carta bollata o missive fra amici o bigliettini segreti, articoli di giornale, circolari degli uffici pubblici; le “cose dette” sono i dialoghi fra i personaggi della storia, riportati come in un copione privo di indicazioni sceniche (in questo probabilmente c’è una traccia della lunga esperienza di Camilleri come autore e regista teatrale). Cose scritte e cose dette si alternano nel romanzo in maniera efficace, fondendosi solo nell’ultima parte, che vale come epilogo alla storia, non molto lunga ma intensa grazie al continuo intrecciarsi di incontri e scontri fra i personaggi principali e la fitta schiera delle comparse, che spesso appaiono per poche pagine, ma quanto basta per rendere sempre più intricata la commedia degli equivoci che domina le pagine.

Non è la prima e non sarà nemmeno l’ultima volta che lo scrittore prende in prestito il modus operandi del romanzo epistolare, mescolandolo senza soluzione di continuità con le interazioni face to face tra le figure chiamate in causa. Ciò determina la colonna vertebrale del plot e della narrazione che ne scaturisce. Ed è su di essa che si regge anche lo script dell’adattamento televisivo firmato a sei mano dallo stesso Camilleri con Francesco Bruni e Roan Johnson, quest’ultimo impegnato nella duplice veste di co-sceneggiatore e regista. Il cineasta, già alla guida di La stagione della caccia, asseconda la natura corale del racconto portando sul piccolo schermo un valzer vorticoso e ritmicamente sincopato di battute e scene che si passano il testimone come in una staffetta.

La concessione del telefono: una commedia degli equivoci che descrive i mali che gravavano e gravano ancora sulla Sicilia

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Al resto ci pensa lo stile leggero della matrice, capace di partorire numerosi episodi divertenti e una miriade di personaggi più o meno grotteschi, a cominciare da Marascianno, un Prefetto napoletano paranoico che parla con i numeri della smorfia, vede complotti socialisti dappertutto e si crede vittima di fantomatici dileggi, qui interpretato da uno straordinario e iperbolico Corrado Guzzanti. È lui lo specchio che riflette l’universo che popola l’opera, ma anche quella venatura tematica più seria che scorre senza sosta sotto la superficie del semplice divertissement.

In realtà, la storia è come le precedenti tratta da un fatto realmente accaduto (un decreto ministeriale del 1892 per la concessione di una linea telefonica privata, documento che prevedeva una fitta rete di adempimenti burocratici e amministrativi) e a sua volta rielaborato da Camilleri che, attraverso la finzione letteraria, descrive i mali che gravavano e gravano ancora sulla Sicilia (e forse dell’Italia intera) gettando su di essi una lente d’ingrandimento. Infatti gli equivoci che creeranno la trappola mortale per il protagonista nascono appunto dalla difficoltà di districarsi nella selva degli uffici pubblici e delle loro competenze, ma anche dall’intreccio e la connivenza letali tra il potere istituzionale e quello criminale. Una minaccia tentacolare, questa, che finirà con lo stritolare nella sua morsa il protagonista.

La concessione del telefono: Roan Johnson onora quanto generato dalla penna di Camilleri attraverso una serie di soluzione visive calzanti, impreziosite dalla fotografia di Cofrancesco e da un ottimo cast capitanato da Alessio Vassallo

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Non era facile dare forma e corpo audiovisivi a La concessione del telefono, proprio per via del DNA ingegnoso e machiavellico che alimentava la sorgente. Per fortuna nostra, mista a indubbie capacità registiche, Johnson vi è riuscito, onorando quanto generato dalla penna di Camilleri attraverso una serie di soluzione visive calzanti, vedi ad esempio la successione di carrelli per rappresentare l’informativa sul protagonista redatta dal delegato di polizia oppure le ipotesi formulate durante il processo sul tentativo di omicidio ai danni di Sasà. A impreziosire ulteriormente il film ci pensano la confezione – dove spicca la fotografia di Claudio Cofrancesco – e soprattutto il contributo davanti la macchina da presa del folto cast poliedrico  capitano da Alessio Vassallo, che riesce a restituire sullo schermo le due facce di un personaggio fragile e al contempo sibillino come quello di Genuardi.       

Regia - 4
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 4
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3.5
Emozione - 3.5

3.7

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