La Bella Estate: recensione del film di Laura Luchetti

Dall'omonimo romanzo breve di Cesare Pavese, La Bella Estate, regia di Laura Luchetti, è cronaca di corpi che cambiano e di indentità che si svelano. Dal 24 agosto 2023 nelle sale italiane.

Prima di arrivare nelle sale italiane, cortesia di Lucky Red, il 24 agosto 2023, La Bella Estate, il film scritto e diretto da Laura Luchetti (Fiore Gemello) e tratto dall’omonimo romanzo di Cesare Pavese, passerà in anteprima alla 76ema edizione del Locarno Film Festival. Cesare Pavese ne parlava – insieme ad altri due romanzi brevi faceva parte della raccolta omonima – come della storia “di una verginità che si difende”. Vinse il Premio Strega nel 1950 e viene da chiedersi se all’epoca, fosse (malsana) abitudine dei giurati leggerseli tutti, i libri, prima di esprimere un giudizio. Oggi pare di no, ma non si può avere tutto dalla vita. Laura Luchetti, i compiti a casa li ha fatti. Altrimenti, non le sarebbe stato possibile “aggredire” con lucida consapevolezza l’essenza del discorso narrativo e poetico di Pavese. Qualcosa cambia sempre, nello spirito del testo, nel passaggio dalla parola all’immagine. Ma non si parli di tradimento. Semmai, di adattamento, nel senso più puntiglioso del termine. Con Yile Vianello, Deva Cassel, Nicolas Maupas, Alessandro Piavani, Adrien Dewitte.

La Bella Estate: come Ginia e Amelia si trovano e imparano a capirsi

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Verginità che si difendono, certo, ma anche identità che si svelano. La Bella Estate è tre volte un titolo. Di un romanzo breve (1940), della raccolta che lo contiene (1949), di un film del 2023 che dal romanzo breve è tratto. Siamo a Torino nel 1938 e dell’apocalisse incombente non si avverte traccia se non a livello inconscio. Ginia (Yile Vianello) è poco più che un’adolescente, ha sedici anni, viene dalla campagna e vive a Torino con il fratello Severino (Nicolas Maupas), che lavora presso la locale società del gas. Ginia è ambiziosa, cerca di farsi strada in un elegante atelier. Un pomeriggio Ginia e il fratello vanno a fare una scampagnata in riva al fiume e lì incontrano Amelia (Deva Cassel). Giovane e bellissima donna, spigliata e intraprendente, mette in contatto la protagonista con un ambiente artistico fino a quel momento sognato e basta.

Sono pittori e Ginia è una semplice lavorante in un atelier di moda. Tutto di loro la colpisce: i ritmi della vita, non convenzionali, la creatività febbrile, la fame di esperienze. In realtà, prima e più di tutto, a fare breccia nel cuore di Ginia è Amelia. Bella, seducente, disponibile a sperimentare senza paure e pregiudizi. Ginia non è ancora arrivata al punto in cui è più facile dare un nome alle cose. Quello che le capita, non riesce a razionalizzarlo. Segue il suo istinto e si lascia divorare dalla bruciante passione per Amelia, da cui non riesce a staccarsi neanche desiderandolo. Amarla è un po’ la via per guardarsi dentro e meravigliarsi delle scoperte. La protagonista comincia a “lavorare” sulla sua identità nel momento in cui scopre il suo corpo.

Si lascia travolgere dal desiderio di posare, nuda, per Guido (Alessandro Piavani) e Rodriguez (Adrien Dewitte). Concedersi all’occhio e alla sensibilità altrui è un modo per capire qualcosa di sé, pensa la ragazza. Anche per avvicinarsi ad Amelia; lei posa da tempo e all’inizio è gelosa di quella che interpreta come un’intromissione dell’amica. L’amore di Ginia e Amelia è costruito sull’impalpabile: sguardi, carezze appena accennate, corpi che si sfiorano, una danza imparata d’istinto. C’è anche un versante più carnale nella vita di Ginia ed è la relazione con Guido. Ma è una pagina più opprimente, più soffocante. La risposta ai bisogni della protagonista è altrove

La ricerca dell’identità per due giovani donne di ieri, molto moderne

La Bella Estate cinematographe.it recensione

La Bella Estate come la immagina Laura Luchetti è una faccenda meno febbricitante e malata di quella di Cesare Pavese. La stagione dello scrittore piemontese era un corollario di promesse e bisogni, in parte spezzati e disillusi; per sua natura ambivalente, contraddittoria. Il film segue un’altra strada. Non altera granché in termini di struttura narrativa, la regista, piuttosto sceglie di sacrificare parte dell’ambiguità del romanzo in favore di un percorso più lineare e in sintonia con il tempo presente. La cronaca di due giovani corpi e due giovani anime che si scoprono reciprocamente, scegliendo chi e come amare. Il punto in comune, tra la fonte letteraria e l’adattamento, è il racconto del desiderio, l’attrazione per una vita portata al limite, oltre le norme e le convenzioni.

La malattia è un elemento centrale nel film come lo era nel romanzo, che la ricerca dell’identità ha sempre un prezzo. La malattia, raccontata senza moralismi, è lo scotto che Amelia paga nella sua ricerca costante di pienezza. La Bella Estate è la fotografia di corpi giovani che cambiano per adattarsi alle necessità delle anime che li abitano. Ginia e Amelia cercano un posto nel mondo, ma alle proprie condizioni. Il film che le ospita è un film giovane.

Giovani i temi, giovani i corpi e giovani i bisogni; Deva Cassel e Yile Vianello regalano al film una grazia un po’ fuori dal tempo e una buona sintonia. Ragazze del ’38, anche se le psicologie sono del tutto contemporanee. Laura Luchetti gioca apertamente con le convenzioni del film in costume. E se la rievocazione storica è puntuale e accurata, la regista sceglie di far parlare, pensare e muovere i suoi ragazzi e le sue ragazze nel modo in cui potrebbero parlare, pensare e muoversi oggi. È una bella dialettica tra passato e presente, questa, che racconta delle tensioni e delle necessità di un processo di adattamento e traduzione ben ponderato. Una soluzione da tenere in considerazione e imitare.

La Bella Estate: valutazione e conclusione

La bella estate (1940), Il diavolo sulle colline (1948) e Tra donne sole (1949). L’ultimo dei tre romanzi brevi era servito da sfondo a Michelangelo Antonioni per il suo film del 1955, Le amiche. Laura Luchetti sceglie il capofila per parlare di corpi, identità e cambiamento. Lasciarsi vedere e scoprire dagli altri per capire qualcosa di sé, è insieme una liberazione e una tentazione pericolosa. Il film percorre questa strada accentuando la carica di modernità del romanzo di Pavese, perdendo qualcosa della complicatezza originale. Ma l’obiettivo dell’autrice era modellare la sua poetica sul corpo di una storia scritta da altri, senza tradirne i segreti. In questo senso, un adattamento di inusuale rigore.

Regia - 3
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 3

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