voto del pubblico 3.5/5
voto finale
4.2/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Rilanciare un personaggio icona del passato è sempre complicato, figuriamoci se quell’icona non sente il bisogno di essere riscritta perché è già perfetta così com’è. Stiamo parlando di Chucky, la bambola psicopatica pel di carota, sboccata e dall’efferata indole assassina, ideata da Don Mancini nel 1988 che è viva e vegeta. Lo è almeno nel mercato home video dove ha collezionato diversi seguiti (la saga conta 8 film) e si appresta a diventare anche serie televisiva nel 2020. Proprio per questo il reboot de La Bambola Assassina ad opera di Lars Klevberg (regista anche di Polaroid) al cinema dal 19 giugno, è stato disconosciuto da Don Mancini perché il film snatura l’origine del personaggio eliminando l’aspetto possessione, senza collegarsi alla continuità del franchise nato a fine anni ’80.

In La Bambola Assassina (2019) Chucky cambia volto e tecnologia: via le batterie, ora si attiva con il cavo usb

Se nei film originali Chucky era il risultato di un rito voodoo in cui veniva traghettata l’anima del serial killer Charles Lee Ray noto come “lo strangolatore del lago” (aka Brad Dourif volto e voce simbolo dell’intera saga) nella nota bambola, nel film 2019 il giocattolo supertecnologico Buddi diventa Chucky a causa di una manomissione e di un conseguente malfunzionamento. Nell’incipit del film, un operaio tailandese della Kaplan, esasperato a causa delle vessazioni a lavoro, per vendetta manomette i firewall e i sistemi di sicurezza di una delle bambole in produzione, che presto finirà tra le mani di un bambino.

La Bambola Assassina Cinematographe.it

L’Andy di questo non ha 6 anni come in Child’s Play del 1988, ma è un quattordicenne di ceto medio-basso, ipoudente, che si sente emarginato poiché non ha un apparecchio acustico discreto e un cellulare di ultima generazione (in più il suo ha anche uno schermo distrutto). La madre di Andy, Karen, commessa in un ipermercato deve risolvere ogni giorno le lamentele dei consumatori che non sono felici dell’acquisto di Buddy, un giocattolo di ultima generazione che punta tutto su domotica e intelligenza artificiale. Il pupazzo infatti riconosce i comandi vocali, memorizza i gusti e le necessità degli utenti con cui si interfaccia. In vista del sedicesimo compleanno di Andy, Karen che non si può permettere di comprare al figlio un cellulare nuovo si accaparra una bambola difettosa che invece di essere rispedita alla casa madre darà vita al male assoluto.

Il Reboot de La Bambola Assassina è un’operazione riuscita

I Reboot spesso e in modo giusto sono oggetto di critica perché visti come prodotti di puro marketing che sfruttano la popolarità di un personaggio o di una saga per alimentare l’industria, impoverendola dal punto di vista artistico. In questo senso La Bambola Assassina è un reboot riuscito grazie alla sceneggiatura di Tyler Burton Smith (al lavoro sullo script di Kung Fury 2) che reinventa senza deturpare il materiale di partenza, proponendo una storia originale che unisce dei semplici jumpscare dal tempismo perfetto a dettagli gore che faranno disgustare anche i più preparati. Inoltre se negli anni ’80 si sceglieva una bambola come incarnazione del male per criticar e il consumismo sfrenato del pieno boom economico, nel nuovo film si critica la rincorsa al profitto (e non è un caso che dopo il lancio di Buddy stia per uscire sul mercato Buddy 2, un po’ come per gli smartphone) oltre alla tecnologia che può avere anche dei lati negativi, come renderci pigri o sempre meno bravi nei rapporti interpersonali.

Viviamo in un mondo in cui le videocamere e i microfoni sono ovunque, e ormai i dispositivi elettronici comunicano tra di loro. Ogni cosa è interconnessa. Quante storie si sentono oggi sugli aspetti negativi delle tecnologie moderne? In parte siamo dominati o quanto meno schiavi dalla tecnologia, dal cloud a cui affidiamo password e dati sensibili, ai social network dove postiamo i nostri pensieri più intimi o attraverso cui, seppur in privato, scambiamo foto e file personali.

Anche Chucky ha la sua profondità psicologica

È l’efficienza e la bontà di questo nuovo Chucky a far più paura: inquietante al pari di uno stalker, malefico in modo assurdo quando si tratta di proteggere il suo amico.  Proprio per questo il lato psicologico dei personaggi è maggiormente sviluppato rispetto al franchise originale. Chucky non è più il pazzo intrappolato dentro una bambola, è una oggetto con una simil-coscienza che impara la vita, come Alicia Vikander in Ex Machina. Tutto si basa sull’empatia Andy\Chucky: il primo non ha amici ma tanti problemi, non ha un cellulare dignitoso, la madre gli porta in casa senza ritegno un fidanzato che lo tratta da schifo e non capisce le sue esigenze di adolescente, Chucky invece è un ottimo confidente, e soprattutto ha solo voglia di avere un amico con cui divertirsi, da proteggere e da non lasciare mai più. Immaginate cosa accade quando a fin di bene inizia a commettere azioni atroci.

La Bambola Assassina (2019): un film grottesco, ma non troppo

la bambola assassina, cinematographe.it

Il lato più giocherellone e grottesco tipico della saga è presente, come del resto le parolacce, distinguo fondamentale per La Bambola Assassina, anche se lo sgradevole humor nero di Chucky è qui irraggiungibile. Questo lato più cazzone è affidato principalmente al giovanissimo cast (tra cui spicca Gabriel Bateman, classe 2005 che interpreta Andy) i cui modi di fare avvicinano il reboot anche al racconto di formazione, ricordando prodotti recenti come l’horror It e la serie tv Stranger Things. Divertente la scena dell’ipermercato che presto diventa un inferno fatto di droni taglienti e ragazzini urlanti. La bambola Assassina poi cita anche celebrando il cinema di genere: non è un caso che venga citato Robocop (la casa di produzione è la Orion, la stessa che nel 1987 produsse il film di Paul Verhoeven) di cui Chucky s’impossessa della famosa battuta o meglio minaccia in questo caso “Vivo o morto tu verrai con me” e mostra alcune immagini di Non aprite quella porta 2 che omaggia il grandioso cinema horror d’exploitation degli anni ’80.

Chucky vive ed è ancora disposto a dare spettacolo!

Nonostante dei minuscoli difetti, come il frettoloso finale e alcuni spunti di sceneggiatura non sfruttati (come il deficit uditivo del protagonista), il film aggiunge un tassello alla storia di un grande personaggio che non necessariamente deve essere messo a confronto con il papà di Don Mancini. In questo film poi c’è anche un pizzico di girl power che non guasta, soprattutto perché non è autoreferenziale e didascalico. Chucky vive ed è ancora disposto a dare spettacolo!