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Ingenui quali siamo, sogniamo un mondo in cui i film d’animazione non vengano più relegati in una scatola con un bel cartello “cose da bambini” posto sopra. In questo mondo, i film d’animazione sarebbero film come tutti gli altri, con la sola differenza che gli attori, invece di metterci la voce e il corpo, ci metterebbero solo la prima e per questo non sarebbero comunque da meno. In questo mondo, chiaramente, non ci sarebbero solo Disney e Pixar ma anche una lunga serie di distribuzioni minori e indipendenti, oppure registi che, invece di ricorrere a quintali di CGI ed effetti speciali, decidono tout court di cimentarsi con un modo nuovo di rappresentare una storia.

L'isola dei cani Cinematographe

L’isola dei cani: un futuro distopico per una favola che affonda le radici nell’iconografia tradizionale

In questo mondo, che però ancora non esiste, Wes Anderson ha nuovamente deciso di fare il suo ingresso. Dopo Fantastic Mr Fox, adattamento di un racconto di Roald Dahl, ne L’isola dei cani il regista americano abbraccia di nuovo la stop motion per scaraventarci, venti anni nel futuro, in un Giappone distopico. A seguito dell’esplosione di una serie di malattie canine il sindaco di Megasaki, l’imponente Kobayashi (Nomura Kunichi), decide di approvare un decreto per cui tutti i cani della città debbano essere mandati in esilio forzato sulla vicina isola, già utilizzata per lo smaltimento dei rifiuti. Il primo a essere deportato è Spots, il cane da guardia di Atari (Rankin Koyu), nipote e protetto del sindaco. In breve tempo, tra le montagne di rifiuti compattati, cominciano ad aggirarsi un numero sempre più consistente di cani, la cui unica speranza è tentare di sopravvivere come meglio possono con le risorse a loro disposizione. Un giorno però appare nel cielo un piccolo velivolo che, dopo pochi secondi, precipita in una nube di polvere e immondizia. È Atari che ha deciso di mettere in gioco tutto per andare alla ricerca del suo migliore amico, Spots.

Come ogni racconto che si rispetti, anche L’isola dei cani ha bisogno del suo antefatto, della sua giustificazione storica e, in questo caso, della sua iconografia. Se tanti occidentali hanno deciso di ambientare i propri film in Giappone, limitandosi magari a presentarci personaggi che semplicemente si muovono sullo sfondo di città nipponiche troppo spesso riconoscibili solo grazie a qualche futuristica insegna al neon, Anderson decide di investire il proprio film di una caratteristica spesso sottovalutata: la credibilità. È sotto questo punto di vista che il lavoro del cineasta stupisce e cattura. A scorci di un Giappone intrinsecamente pop, vediamo scorrere di fronte agli occhi illustrazioni che potrebbero figurare all’interno di un qualche catalogo di ukiyo-e. Strizzando l’occhio persino a La grande onda i personaggi di Anderson, anche se in questo caso sarebbe meglio parlare solo dei suoi cani, diventano parte integrante dell’iconografia giapponese e, per questo, della sua storia.

l'isola dei cani wes anderson cinematographe

L’estetica di Anderson tra stilemi ricorrenti e critica sociale

Se dal punto di vista visivo L’isola dei cani è un film in cui si riconosce immediatamente la cifra stilistica di Anderson – si notino i tipici movimenti di macchina, come le carrellate laterali che, in questo caso, sembrano richiamare lo srotolarsi di un emaki, oppure i continui zoom in e out a risucchiare o allontanare un personaggio dall’azione – anche la scrittura dei personaggi rientra perfettamente nello stile del regista. Con un Atari che ricorda il Sam Shakusky di Moonrise Kingdom e personaggi femminili – sia umani che canidi – che nel loro carattere risoluto niente hanno da invidiare all’Agatha di Grand Budapest Hotel. Allo stesso modo, come spesso accade per molti suoi film, non c’è da aspettarsi alcun colpo di scena clamoroso o un finale capace di lasciare il segno anche dopo usciti dalla sala. Piuttosto, L’isola dei cani è fatta di piccoli momenti, battute riuscite e inquadrature iconiche, che collaborano all’unisono alla creazione di un film incredibilmente riuscito e conscio del proprio valore artistico.

Per quanto possa essere allettante lanciarsi nella corsa a trovare nel film un qualsiasi sostrato politico, o chissà quale recondito significato, sarebbe forse più onesto soffermarsi a godere de L’isola dei cani semplicemente per ciò che è e per come ci viene presentata: come un gioco di scatole cinesi che Anderson, come al solito, si diverte a mescolare. Sebbene quindi una più generale denuncia dei regimi totalitari e dei conseguenti soprusi nei confronti di classi sociali (o razze) inferiori sia evidentemente presente, sono il sacrificio del singolo per ritrovare un affetto perduto e la forza dialettica di chi crede nella lotta contro le ingiustizie quei temi universali che costituiscono il nucleo di questo film. L’estetica di Anderson e i suoi temi ricorrenti sono anche in questo caso eccezionalmente confezionati in una lampada magica i cui giochi di luci e ombre non hanno ancora finito di stupire.

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