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Ci sono registi che per affrontare la trasposizione cinematografica di una tragedia, recente o passata che sia, scelgono di puntare tutto su un montaggio trascinante o su una narrazione corale. Ce ne sono altri, come Thomas Vinterberg, che preferiscono invece giocare con la tensione e col pathos che un andamento lineare ma rigoroso e studiato è in grado di coadiuvare. Nel caso di Kursk, basato sul libro del giornalista Robert Moore e ispirato ai terribili avvenimenti del 10 agosto 2000 quando il sottomarino russo Kursk affonda nelle acque del Mare di Barents, l’attenzione si sposta sullo sparuto gruppo di marinai che sopravvivono alle prime esplosioni che causano l’incidente e iniziano quindi a lottare sia contro il tempo che contro l’orgoglio di una nazione.

Kursk: i tre volti della tragedia

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Capitano del compartimento 7 del Kursk, Mikhail Averin (Matthias Schoenaerts) è anche marito e padre di un bambino che già sembra sentire il richiamo dell’acqua. Il giorno prima di imbarcarsi per una missione di esercitazione, Mikhail e gli amici si ritrovano per festeggiare il matrimonio di un commilitone. Gli animi sono eccitati, la gioia è troppa per essere contenuta, quella del giorno seguente sembra un’esercitazione come tante altre. Una volta sul sottomarino, è chiaro che ci sia qualcosa che non va. Uno dei missili si sta surriscaldando troppo ma l’attaccamento al protocollo dei comandanti scatena il disastro. Nel sottomarino, Mikhail guida i sopravvissuti; a terra è la moglie Tanya (Léa Seydoux) a incitare gli animi dei civili e a chiedere trasparenza e verità da parte degli alti comandi della Marina russa.

Kursk è un film preciso. Un film ben orchestrato che sa bilanciare e sviluppare senza fatica i tre piani narrativi cui ci introduce. Se da un lato abbiamo la storia di Mikhail e dei marinai sopravvissuti, dall’altra vediamo le donne lasciate nella città portuale vittime impotenti della negligenza delle alte sfere del comando. Nel mezzo gli ufficiali che, come una sorta di dei ex machina ma con le mani legate, tentano al meglio delle loro possibilità di combattere contro il Golia rappresentato dalle autorità russe. Il tempo scenico è proporzionalmente diviso tra queste tre parti, contribuendo con equanimità al ritmo generale del racconto.

Kursk: l’uomo contro lo Stato

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Film profondamente corale, Kursk dà al contempo importanza al singolo. Lo stesso Mikhail, come anche Gruzinskiy (Peter Simonishek) e Russel (Colin Firth), ammiragli rispettivamente della flotta russa del Mare del Nord e della marina britannica, sono tre uomini che, con le loro azioni e i loro atti di forza, combattono contro l’ineluttabilità degli eventi nel tentativo di dare un nuovo corso a una sfida che sembra ormai persa in partenza. All’estremo opposto, la burocrazia russa. Un immenso apparato di politici e uomini di potere privi di scrupoli e umanità la cui unica ragione risponde al nome di orgoglio. Quasi uno spettatore passivo è Misha, figlio di Mikhail, attraverso i cui occhi vediamo alcune scene salienti del film. I suoi sono gli occhi pieni della purezza di un bambino, che sanno però giudicare e accusare senza proferire neanche una singola parola.

Minimalista e attento, Kursk è un film senza troppi colpi d’ala che si affida a una regia esperta, a un’ottima sceneggiatura e a una recitazione capace di fare la differenza. È uno di quei film che riescono a rapirti durante la visione, che ti fanno vivere quasi la stessa ansia che senti impregnare i personaggi sullo schermo ma purtroppo è anche uno di quei film che con qualche difficoltà ci ricorderemo a lungo.

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