GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE - FILMISNOW

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La scena si apre, una strada di mattoni gialli si dirama per un bosco folto, con un cielo che risplende di colori accecanti giusto un po’ più in là, oltre l’arcobaleno. Ma, prima ancora, un viso. Un volto pallido con i capelli corvini ondulati che ne risaltano ancora di più l’innocenza, la genuinità. Dorothy sta per entrare nel mondo di Oz. Non quello delle fate, delle streghe che vengono sconfitte, né degli amici che scoprono di aver sempre avuto un cuore, un cervello e del coraggio. Il mondo di Oz per la giovane star è fatto di disillusioni, di aspettative, di promesse da dover mantenere che richiedono del sacrifico. Come il non dormire abbastanza, il non mangiare affatto.

Con il suo primo movimento di macchina, Judy si addentra nel set di un capolavoro del cinema, quella fantasia creata per gli spettatori e alimentata dalla sua protagonista che, anche se non era la più bella delle ragazze, anche se non era la più magra, aveva qualcosa che nessun altro possedeva: una voce. Ed è proprio la voce che Judy Garland deve ritrovare nell’ultima parte della sua vita, quella messa in scena dal regista Rupert Goold nel biopic che ne ripercorre gli ultimi concerti a Londra, quelli necessari alla sua sopravvivenza e a quella della propria famiglia.

Judy: Rupert Goold racconta la grandezza di Judy Garland… e Renée Zellweger [VIDEO]

Judy – Oltre l’arcobaleno, la semplicità del biopic su Judy GarlandJudy, cinematographe

Quindi finzione, prima di tutto. Riflettori, stelle, spettacolo. Questo il sottotesto con cui Judy inizia la propria storia, che pone, mattone dopo mattone, i presupposti per l’esistenza continuamente in bilico di Judy Garland, facendo osservare non solo oltre il sipario per svelare il trucco del vecchio Oz, ma guardandone direttamente in faccia le restrizioni e le scorrettezze. Se, dunque, era l’abbaglio delle luci di scena ad accogliere il pubblico lungo il sentiero del film, anche quest’ultimo si rivela ingannevole rispetto alla continuazione di Judy. Quella fascinazione, quella ricostruzione degli studi della Metro Goldwyn Mayer, rimane superflua se abbinata alla composizione restante della pellicola, che invece di perseguire quel sogno voluto e rimasto incastonato nel tempo, sceglie la scrittura più facile, la regia più semplice, per un ritratto certamente efficace, ma canonico ed epidermico della pellicola.

Le potenzialità inespresse di Judy mancano dell’ambizione di rendere estasianti – proprio come estasianti sono state le performance e le qualità dell’attrice e cantante – le proprie scene. La loro ricostruzione, la maniera in cui vengono riempite le scenografie e inquadrati i luoghi dell’ultimo periodo della Garland; il racconto si accontenta della superficie degli eventi, del discreto allestimento del film, parlando di quella sorta di magia che avvolgeva Judy Garland, ma non dandone mai veramente prova, lasciando piuttosto alle parole il compito di esprimerla. Una convenzionalità che contrasta con l’immedesimazione di una Renée Zellweger che dà, invece, la propria scintilla alla protagonista, comprendendone in profondità i disturbi e i tormenti che l’hanno vessata in ogni singolo giorno della sua vita.

Judy – La fragilità e l’ironia di Renée ZellwegerJudy, cinematographe

Portando nel personaggio la fragilità che già la caratterizzava, in un appoggiarsi alla propria esperienza e alla propria sensibilità per infonderla nella sua Judy, l’attrice non ne drammatizza gli espetti della vita e della sua carriera giunta ormai alla fine, ma ne rimarca lo spirito graffiante, sempre pronto a scoccare un’altra battuta con il suo arco. Ne riporta, certo, i traumi e le cedevolezze – sul palcoscenico e fuori – ma non ne tralascia il brio, la carica degli applaudi, l’infinito affetto che ha cercato di dare ai propri figli. Cantandone la sofferenza e assumendone le movenze fisiche, Renée Zellweger è, per il film, quello che rappresentavano i tacchi delle scarpette rosse di Dorothy: una maniera per far tornare Judy Garland a casa.

E così la tenda si abbassa, è il momento di spegnere le luci. Judy chiude la propria storia e lo fa ricollegandosi al suo principio, a quel mondo incantato che aspettava solo la giovane Garland, rimasta incastrata in uno star system da cui non si è potuta difendere. La strada di mattoni gialla è dimenticata, ora c’è solo un palco e un’interprete che siede sul bordo. E, strozzate nella gola, le parole di una canzone, unico modo per poter andare in altri posti, ma che finiscono per riportare Judy Garland sempre lì, ancora una volta oltre l’arcobaleno.

Judy, prodotto da BBC Films, Calamity Films, Pathé Uk e 20th Century Fox, sarà nelle sale dal 30 gennaio 2020, distribuito da Notorious Pictures.