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Nella storia del tennis, forse nessun atleta ha avuto lo stesso impatto del grande John McEnroe, il mancino fumantino che stravolse non solo la tecnica, la tattica e il modo di stare in campo, ma anche l’atteggiamento, il modo di vivere il tennis e di proporlo al pubblico. Ma cosa passava per la testa di questo irascibile e incontrollabile fuoriclasse? Davvero era sempre sull’orlo di perdere il controllo? O c’era di più? A queste e molte altre domande cerca di rispondere il documentario John McEnroe – L’Impero della Perfezione, creato sulla base dell’incredibile lavoro svolto a suo tempo dal documentarista e cineasta Gil De Kermadec, e reso coeso dalla sperimentazione proposta qui da Julien Faraut.

Gil De Kermadec nei primi anni 80 cominciò a creare una serie di filmati didattici sul tennis, scegliendo come soggetto quel giovane polemico, ma geniale che ormai dominava in lungo e in largo il panorama tennistico internazionale. I video cercavano di svelare i segreti, la postura e l’approccio tecnico che affascinava il mondo del tennis propri di questo mancino di origine irlandese, capace di esibire un serve-and-volley portentoso, di metter in mostra un talento e movenze assolutamente senza precedenti.

Il John McEnroe mostrato in questo documentario di Faraut però, viene tratteggiato seguendo uno stile e un iter assolutamente diverso da quello di un documentario “classico”, e anzi si può tranquillamente dire che L’Impero della Perfezione ambisca a essere un’operazione di stile unica, assoluta, quasi quanto lo era il suo tennis sul campo.

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Continuo il riferimento (sia dichiarato che non) a Jean-Luc Godard, alla sua poetica cinematografica già dalla frase di apertura, una delle più vere del grande regista e critico francese: “Il Cinema Mente. Lo Sport no”. Tuttavia tale formula viene da Faraut decostruita, personalizzata, in un certo senso distrutta fino a guidarci dentro i meandri della mente, della personalità di questo giocatore così antipatico e affascinante, sovente antisportivo eppure monumento allo sport.

Il tennis, lo sport forse più violento e atroce dal punto di vista psicologico, il più misterioso per chi non lo pratica, viene qui svelato, rivelato al pubblico per ciò che è: uno scontro tra intelligenze, tra personalità, tra sogni e incubi di due uomini che sono a un contempo diversi e uguali.

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Gli scoppi d’ira, le polemiche, lo sguardo corrucciato e offeso, i suoi attacchi ad arbitri e guardalinee, la sua petulanza, la sua platealità, ci vengono mostrati non come rivelatori di una mancanza di forza mentale, equilibrio, ma piuttosto come la geniale tattica di un astuto stratega. John McEnroe vuole, desidera, ha bisogno, di essere, di sentire, che è solo contro tutto e tutti, che ha le spalle al muro, di trovarsi nella tempesta, per rendere la sua nave deve navigare travolta da onde e venti contrari.

E in una sorta di autoipnosi, McEnroe si convince che tutto e tutti sono contro di lui, che nessuno capisce l’importanza di quella palla dentro o fuori, del rumore dei fotografi che potrebbe distrarlo, in una sorta di iper-sensibilità nociva eppur positiva, cercata e allo stesso tempo temuta. Atipico, sovente disturbante, distaccato in modo talvolta forzato quasi quanto il suo stile retrò e volutamente visionario, John McEnroe – L’Impero della Perfezione è però dotato di una innegabile energia, di una potenza espressiva che sovente travolge lo spettatore, che riesce a comunicare la trascendenza dello sport, il perché sia l’unica attività dell’uomo per la quale esso sia capace di ogni eccesso, di ogni privazione e fatica.

Tra parallelismi arditi, tra Mozart e psichedelia, il documentario di Faraut getta una luce tenebrosa sull’anima di uno sport occidentale come pochi, abitato da killer, dove conta solo vincere, solo il successo, solo primeggiare. Solo, solo, solo… John McEnroe, mancino geniale e insopportabile, plasmato da una madre-dittatrice, icona dello sport, perde il Roland Garros in finale contro il gelido, poco spettacolare Lendl.

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La sua, è la sconfitta della rivoluzione, del nuovo che però sopravvaluta e ancora non comprende sé stesso, così come capitò all’Arancia Meccanica di Cruyff, altro personaggio spigoloso, scomodo, detestabile e meraviglioso. La più tremenda della sua carriera. E le immagini ci donano quel dolore, lo sport non mente, John McEnroe è basito quasi quanto era agitato durante il gioco, pure nei momenti più dominanti e fantastici, immortali da questo documentario potente ma forse, in fin dei conti, incompiuto, non del tutto comprensibile.

Un risultato finale un po’ forzato, ma insostituibile per farci comprendere le difficoltà, la fatica, la dose incredibile di volontà e sperimentazione necessarie a realizzarlo, sfidando sovente l’ira di un Dio del tennis capace d’incutere timore persino negli arbitri più diligenti.

John McEnroe – L’Impero della Perfezione è al cinema dall’8 maggio, distribuito da Wanted Cinema.

 

 

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