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Se c’è una cosa che purtroppo la cinematografia indiana non ha tra le sue innumerevoli qualità, quel qualcosa è la capacità di sintesi. Bollywoodiani o no, gran parte dei film prodotti nel Paese difficilmente riescono a stare nei limiti delle due ore, con delle timeline che straripano arrivando spesso a sfiorare i 180 minuti. Poche volte tale durata corrisponde alle reali esigenze narrative e drammaturgiche del racconto di turno. Si assiste dunque a una dilatazione spesso ingiustificata degli eventi e delle dinamiche che vanno a comporre la storia, con momenti assolutamente accessori che non fanno altro che gonfiare in maniera spropositata il minutaggio complessivo.

Jagame Thandhiram: una storia che per via delle esigue stratificazioni non necessitava di un così ampio respiro

Jagame Thandhiram cinematographe.it

Visto il numero elevato di opere che soffrono di questa forma di “incontinenza”, ci troviamo davanti a una problematica cronica, che non a caso ha colpito anche quella della quale ci apprestiamo a parlare. Si tratta di Jagame Thandhiram, ultima fatica dietro la macchina da presa di Karthik Subbaraj, approdata nel catalogo di Netflix il 18 giugno. Il prolifico cineasta di Madurai, qui al suo ottavo lungometraggio (al quale se ne aggiungeranno altri due entro la fine del 2021), porta sullo schermo una storia che per via delle esigue stratificazioni non necessitava di un così ampio respiro. Ciononostante, l’autore e i compagni di scrittura hanno spalmato l’esile plot, inserendo passaggi assolutamente futili e aprendo parentesi delle quali si poteva fare a meno.

Jagame Thandhiram: un plot che si poggia su poche e codificate dinamiche, alle quali è legato uno sviluppo dei personaggi basico

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Restringendo il campo ci si può rendere perfettamente conto di quanta generosità gratuita vi sia nell’economia di una storia che si poggia su poche e codificate dinamiche, alle quali è legato uno sviluppo dei personaggi basico. Jagame Thandhiram, infatti, altro non è che un gangster movie che segue le direttive e gli stilemi del genere in questione. Motivo per cui la scalata dell’aspirante boss di turno che prova a farsi strada a colpi di tradimenti e raggiri è quanto di più classico si possa offrire ai cultori e agli amanti del filone. Non fa eccezione il protagonista Suruli (interpretato da Dhanush), che per raggiungere i vertici del potere criminale dovrà giungere in terra britannica e trovarsi immischiato in una faida tra bande locali coinvolte del contrabbando di armi e oro. Il resto ve lo lasciamo immaginare, anche se c’è poco da sforzarsi, poiché l’epilogo, salvo qualche colpo a sorpresa in zona Cesarini, va esattamente nella direzione che si poteva pronosticare.

Quando si passa dalle parole ai fatti l’operazione acquista un senso

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La facile lettura degli eventi, compresi i risvolti criminosi e sentimentali che ne derivano, seguono per filo e per segno lo schema abusato del filone di riferimento. Forse per questo l’attenzione dello spettatore si sposta presto verso la combinazione di action e thriller con la quale il regista prova a distrarlo. Non a caso quando si passa dalle parole ai fatti l’operazione acquista un senso. Scene come il conflitto a fuoco nel ristorante, l’inseguimento nel bosco con sparatoria, l’agguato in auto sotto la neve e la resa dei conti con assalto alla villa del boss Peter Sprott (l’inossidabile e sempre all’altezza James Cosmo) in  tripudio di slow motion e detonazioni spettacolari, sono le portate più succulente e riuscite dell’intero menù. Un menù soggetto a una mutazione continua di generi e a un valzer di registri che non sortiscono sempre gli esiti sperati, con gli immancabili inserti danzereschi e canori in pieno stile Bollywood (vedi il matrimonio) che sembrano dei corpi estranei innestati a forza nella timeline.    

Il risultato riesce comunque a portare a termine il suo compito, ossia quello di intrattenere

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Detto questo, il risultato riesce comunque a portare a termine il suo compito, ossia quello di intrattenere. Lo fa con sequenze d’azione ben confezionate, alle quale si va ad aggiungere un approccio al genere dal retrogusto pulp very british che richiama alla mente il Guy Ritchie di RocknRolla o il Ben Wheatley di Free Fire. Da loro e dai rispettivi film, il collega indiano ha attinto a piene mani, pigiando costantemente sullo stesso acceleratore e strizzandogli spesso l’occhio in certe soluzioni visive (vedi il piano sequenza circolare a 360° da manuale nel club durante l’incontro tra i due boss). Il ché lo rende un film derivativo, ma comunque consigliabile a quei fruitori che si accontentano di una maionese impazzita di piombo, sangue ed esplosioni, senza se e senza ma.