Il sapore della ciliegia: recensione della speciale edizione home video

A 20 anni dalla premiazione a Cannes de Il sapore della ciliegia, ecco la recensione della versione home video del film di Abbas Kiarostami, corredato dal corto Il Coro e da una toccante raccolta di poesie.

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Era il 1997 quando Abbas Kiarostami sorprese la critica del Festival di Cannes col suo film Il sapore della ciliegia, per il quale vinse la Palma d’oro. Oggi, a distanza di 20 anni, la pellicola resta una delle più intense e significative del regista iraniano; un film in cui la filosofia del senso della vita trasuda dagli anfratti crudeli della delusione e della meditazione della morte.

Angoscianti e logoranti primi piani soffocano lo spettatore che si accinge, in punta di piedi, a camminare sull’anima distrutta del protagonista: il signor Badii (Homayon Ershadi), un nomade disperato che a bordo della sua auto cerca uomini che possano fungere da ancore per la sua esistenza; un uomo dallo sguardo buono, ma dal quale emerge il deserto sconfinato del suo io, probabilmente disperso in un luogo immondo e senza nessuna apparente via di fuga.

Con la cruda e limpida verve che lo contraddistingue Kiarostami mette in scena con Il sapore della ciliegia l’idea del suicidio.

Nel film il dramma della vita quotidiana inciampa nella bellezza filosofica e imperfetta dell’essere e lo fa pacatamente, senza pressioni e senza indurci a criticare. Il sapore della ciliegia non fa altro che mettere in scena la disperazione di chi vuole farla finita e lo fa narrando la storia di un uomo – il signor Badii – che ha deciso di suicidarsi ingozzandosi di sonniferi e a tal proposito ha provveduto già a scavare la sua fossa, ma gli serve qualcuno che lo ricopra una volta che avrà chiuso gli occhi per sempre. Nella sua spasmodica ricerca dell’uomo giusto, che provvederà a fargli questo favore per un lauto compenso, Badii si trova a parlare con diversi individui.

Il primo, un giovane ragazzo militare, scappa impaurito davanti all’idea della morte; il secondo è invece un seminarista col quale Badii intraprende un discorso chiuso e privo di un aiuto reale. Il giovane credente, infatti, si limita a citare versi del Corano atti a giustificare il suo rifiuto della morte, ma che non hanno nessun effetto sul protagonista, che alla fine si dilegua tra i polverosi sentieri iraniani alla ricerca di qualcuno in grado di aiutarlo.

Il sapore della ciliegia

La regia, fatta di lunghi e polverosi piani sequenza, per niente irrorata dalla bellezza del suono, sa farci immergere nel mondo apatico di Badii e farci provare, anche solo in una piccolissima percentuale, il senso di vuoto che spinge un essere umano a farla finita. Non ci viene spiegato mai il perché, dal momento che ognuno è differente e ognuno ha i propri problemi, piccoli e insignificanti per chi li vede dall’esterno, ma insormontabili per chi li vive, eppure ci fa riflettere, conducendoci alla domanda: è davvero la morte l’unica risposta a tutto? È davvero tutto così nero come lo vediamo?

Un cambio di marcia all’interno de Il sapore della ciliegia ci lascia comprendere che il protagonista non si è limitato ad ascoltare solo quelle due persone prima di trovare l’uomo che accetta di seppellirlo, il signor Bagheri. Quest’ultimo, interpretato da Abdolrahman Bagheri, cerca di dissuaderlo raccontandogli la storia di quando, anche lui, si trovò nella stessa situazione e fu salvato dal dolce sapore di un gelso. Una considerazione che lascia allibito Badii: come può un frutto annullare tutti i problemi e far cambiare idea? Ma i problemi, spiega Bagheri, non erano svaniti, piuttosto era cambiato il suo modo di vedere le cose, le aveva viste da un’altra angolazione.

Un finale in bilico per Il sapore della ciliegia, l’introspettiva opera di Kiarostami

Il sapore della ciliegia

“Cambia idea. […] Vuoi privarti del sapore della ciliegia?”, domanda all’afflitto protagonista, sottolineando allo spettatore come la bellezza sia disseminata in ogni angolo del mondo, sta a noi focalizzare l’attenzione su di essa e non sulle cose negative.

A chi si domanda il senso del finale de Il sapore della ciliegia non ci sentiamo di rispondere, ma di lasciarvi viaggiare in quella terra di confine tra il sogno e la realtà, in quella striscia di pensiero in cui si è invasi dalla disperazione e dalla speranza, nella consapevolezza di essere non solo padroni della nostra vita, ma anche custodi della stessa e protettori dell’esistenza altrui poiché, per usare le parole del saggio Bagheri “se un uomo decide di aiutare un altro uomo deve dargli un buon aiuto”.

Al DVD de Il sapore della ciliegia è corredata la raccolta di poesie Il vento e la foglia

Il Sapore della Ciliegia

Ad arricchire la speciale edizione home video de Il Sapore della Ciliegia , uscita in occasione del ventennale della Palma d’Oro al Festival di Cannes 1997, il corto Il Coro del 1982, che con il lungometraggio condivide la delicatezza e l’attenzione per le piccole cose. Altro plus di questa edizione è la raccolta di poesie Il Vento e la Foglia – Poesie Scelte, in cui sono custoditi oltre 190 componimenti di Abbas Kiarostami. Si tratta di poesie talmente concise da richiamare lo stile ermetico caro a Ungaretti, ma che con questo non condividono l’uso delle analogie. Sarà per questo motivo che la dott.ssa Faezeh Mardani li ha preferito paragonarli agli Haiku giapponesi.

La bellezza delle poesia di Kiarostami consiste proprio nella loro semplicità volta a mettere in rilievo gli aspetti più basilari della natura e della vita, fatti apparentemente scontati raggruppati in versi che chiazzano la pagina come grumi di pensiero, talvolta collegabili tra loro ma slegati da uno schema fisso. Versi innocui nei quali perdersi a riflettere che Abbas Kiarostami dedica ai potei della sua terra, introducendo il tutto con le seguenti note:

Dalla feroce sorte
il rifugio è poesia
dalla crudele amata
il rifugio è poesia
dalla palese tirannia
il rifugio è poesia

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