voto del pubblico 2.9/5
voto finale 2.3/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Presentato in anteprima al Festival di Toronto ed ora disponibile in digitale sulla piattaforma Netflix a partire dal 24 settembre 2021, la lenta lavorazione del film Il nido dello storno comincia a delinearsi già nel 2015, quando la sceneggiatura dell’autore Matt Harris finisce nella Blacklist degli script originali mai prodotti da Hollywood, e due anni dopo viene ripescato dal regista finlandese Dome Karukoski. Preferito nel 2019 al biopic Tolkien, il progetto del cineasta di Tom of Finland passa così nelle mani di Theodore Melfi (Il diritto di contare), il quale non esita a richiamare nel cast principale l’attrice Melissa McCarthy, protagonista già del suo precedente St. Vincent, affiancandola stavolta a Chris O’Dowd.

Il nido dello storno: una coppia, una perdita e un giardino da curare

il nido dello storno cinematographe.it

Ai due attori spetta dunque il compito di far rivivere in sintonia una storia rimasta nel cassetto a lungo, portando in vita la coppia di coniugi Lilly e Jack Maynard, entrambi travolti da un lutto improvviso che ha portato la prima ad scacciar via il dolore rifugiandosi in una disattenzione sottilmente cinica; l’altro a passare mesi interi in una clinica psichiatrica, fingendo di inghiottire le medicine che gli vengono quotidianamente somministrate e allontanandosi sempre più da sé stesso e dalla moglie.

Presa da un bagliore di coraggio però, Lilly un giorno comincia a curare l’ampio giardino di casa lasciato incolto da più di un anno, trovandosi inaspettatamente e ripetutamente attaccata da un piccolo uccello che proprio su uno di quegli alberi ha da poco nidificato. Solo conoscendo l’ex psichiatra divenuto veterinario Larry Fine, interpretato da Kevin Kline, la donna scoprirà non solo che si tratta di un esemplare di storno, un pennuto fortemente testardo e territoriale, ma che, accettando la presenza di quell’animale, troverà il modo di guarire.

Metafore ornitologiche e bruschi bilanciamenti fra dramma e commedia

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In parte feel good movie e in parte vicino ad alcune commedie famigliari degli anni novanta/primi duemila in cui la partecipazione di un animale all’interno di un nucleo familiare esaltava e manipolava dinamiche affettive (Il dottor DoLittle, Beethoven, Stuart Little), Il nido dello storno sfrutta la metafora ornitologica come negazione prima e accoglienza poi, di un lutto innaturale, governato da leggi incalcolabili nel prezzo del dolore da pagare, e dell’insensatezza genitoriale del vuoto lasciato troppo precocemente.

Il film tenta di trovare un’armonizzazione emotiva alla pura commozione, alternando però con sopprimente velocità il brusco ‒ ma ricercato già in scrittura ‒ cambio di tono, dalla commedia al dramma e viceversa, non dando né all’una e né all’altra il tempo di sfociare e di liberarsi. Ricercando un atto di bilanciamento che serra le porte sia alle lacrime o al crescendo emotivo di alcune sequenze pensate all’emozione, ed altre incentrate invece sulla comicità slapstick della McCarthy alle prese con l’animale, l’intero film non defluisce quasi mai in un vero e proprio svolgimento catartico, arrivando ad una conclusione repentina che lascia il racconto sull’elaborazione del lutto ‒ e della depressione ‒ quasi amputato nella sua gradualità.

All’impossibilità di piena comprensione e di avvicinamento, anzi rifiuto consapevole, di Pieces of a Woman, Il nido dello storno ricerca piuttosto un approccio confortante e confortevole, abbracciando idealmente lo spettatore ai personaggi sullo schermo, quasi a volerne agganciare gli animi e farli entrare in empatia ‒ seppur all’interno della cornice fittizia dell’audiovisivo. Non a caso però, in entrambi in casi è la donna a portare in contemporanea lo strazio più grande e l’abilità a continuare a muoversi, adattandosi ad una resilienza lontana ancora del tutto dalla sopravvivenza degli uomini.