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Ogni volta che Antonio Capuano decide che è giunto il momento di tornare dietro la macchina da presa, ogni volta quello che porta sul grande schermo è un autentico colpo al cuore, sparato nel petto dello spettatore con la precisione chirurgica e la mira infallibile di un cecchino. E ogni volta è come la prima, con il fruitore che si trova a fare i conti con un’opera che lascia il segno nella retina e nella mente. Un’opera che si fa carico di temi (il terrorismo, il perdono, la maternità, il confronto generazionale e i sentimenti) dal peso specifico non indifferente, che messi insieme farebbero tremare i polsi a molti colleghi, ma non a lui. Quel colpo stavolta però è arrivato diritto alla calotta cranica, esploso quarant’anni prima in una strada di Milano dalla pistola di un manifestante, provocando la morte di un giovane agente di polizia, marito, padre e a sua volta figlio.

Il buco in testa: un “magma incandescente” di emozioni, parole, azioni e silenzi che travolgono la protagonista e lo spettatore

Il buco in testa cinematographe.it

La scia di quell’evento, che ha lasciato una ferita indelebile e mai cicatrizzata, è diventata il tessuto narrativo e drammaturgico dell’ultima fatica cinematografica del regista partenopeo, battezzata appunto Il buco in testa. Presentata in anteprima mondiale nel fuori concorso del 38° Torino Film Festival, la pellicola reinterpreta fatti realmente accaduti, che nelle mani di Capuano si tramutano in un “magma incandescente” di emozioni, parole, azioni e silenzi che travolgono la protagonista, la nutrita galleria di figure con le quali entra in contatto e coloro che assistono e ascoltano seduti dall’altra parte dello schermo. Quella scia si è diramata in quattro interminabili decenni, ma non ha mai perso un centimetro di dolore e di sofferenza, covando, in una memoria che non conosce il rimosso, prima il sentimento della vendetta e poi quello del perdono.

Il buco in testa: un intenso e duro faccia a faccia tra vittima e carnefice

Il buco in testa cinematographe.it

Nel mezzo quattro decenni di sofferenza e di dubbi, nei quali una bambina divenuta ora donna ha dovuto misurarsi con se stessa e con i danni collaterali, psicologici, esistenziali e affettivi, provocati dalla tragedia che ha colpito lei e la sua famiglia. Solo un incontro ardentemente atteso e consumato al tavolo di un’osteria meneghina, nel quale la vittima incontrerà il carnefice, potrà alleviare, anche se solo in parte, quel dolore. Ed il faccia a faccia, nel quale la donna potrà ascoltare le parole e le amarissime verità dell’uomo che ha ucciso suo padre, l’epilogo e il punto emotivamente più alto di un film che di parole ed emozioni ne dispensa generosamente, senza risparmiarsi e tirarsi indietro.

Il buco in testa: un’opera libera nella forma e nei contenuti, che non ha paura di misurarsi con temi complessi ed emozioni cangianti

Il buco in testa cinematographe.it

A dare corpo e voce a questa odissea che attraversa il tempo e gli spazi delle zone limitrofe del napoletano e di Milano, ci pensa un gruppo di attori sapientemente diretto, dove spiccano una Teresa Saponangelo di grandissima intensità e due interpreti sempre affidabili come Tommaso Ragno e Francesco Di Leva. Sono loro i terminali e il veicolo con e attraverso i quali Capuano realizza l’ennesimo film libero, consapevole, povero nei mezzi ma preziosissimo nella sua resa, pieno, consapevole e dal profondo realismo, della sua carriera. Libero come la cinepresa che nevrotica si attacca al personaggio di Maria, pedinandola in modalità zavattiniana nel suo cammino verso una verità troppo a lungo negata. Libero come l’approccio registico di un autore secondo noi (e non solo per noi) sottostimato e non sufficientemente valorizzato come invece avrebbe meritato, che ha fatto e fa del cinema una forma d’arte e un linguaggio accessibile a tutti. Il buco in testa è l’espressione e la dimostrazione ultime e più recente di questo modo di fare e concepire la Settima Arte.