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Federico Fellini è il narratore di mondi immaginari, luoghi fantastici, lontanissimi dalla realtà. Fellini è il fantasmagorico demiurgo di universi onirici e incanta e meraviglia lo spettatore con clown, mostri marini, circhi e sogni. Racconta le sue favole con complessità e rigore, attingendo a piene mani in una magia reale, che affonda le proprie radici nella terra, nelle donne prosperose, in quelle affascinanti, nelle navi di cartapesta e nella città eterna. Il cinema dell’autore è complesso, come complessa è la sua poetica; e non è sempre facile arrivare a toccarne il significato profondo. Cosa mi vuole raccontare? Cosa mi vuole mostrare? Fellini è un sognatore, guarda la notte tentando di scorgerne i segreti o si mette di fronte al mare ammirandone l’orizzonte, però è anche tra “i vitelloni”, quei dolci bugiardi, quei clown mai cresciuti che irrompono tra un ballo e una bugia sulla scena.

Fellini abbandona la sua realtà irreale portando al cinema con I vitelloni (1953) una poesia malinconica ma terrigna che sa di sabbia e di mare, di ubriachezza dopo le feste finite e di pianti taciuti. Con I vitelloni il cineasta scrive una storia di un gruppo di giovani italiani dediti al riposo, al dolce far niente, all’ozio che ognuno con le proprie vite percorre. 

I vitelloni, Cinematographe.it

I vitelloni: cinque ragazzi che devono ancora crescere

Il regista narra l’apatia post-adolescenziale (vitelloni diventa poi un modo di dire e di essere nell’immaginario collettivo), la paura del crescere, il disagio di chi vorrebbe di più ma non fa niente per cambiare la propria posizione; Moraldo, Alberto, Fausto, Leopoldo e Riccardo sono amici da una vita, giocano, si divertono, amano le donne e non cercano un lavoro stabile, anzi lo aborrono. Sognano la città ma anelano ad essa come a quelle belle donne che non inviti mai ad uscire per il timore del rifiuto.

I vitelloni mostra quel “viaggio” spezzato che loro vorrebbero fare ma non fanno mai (tranne Fausto e la moglie e Moraldo) dalla provincia alla città, da un luogo a un altro della provincia che non li accoglie e non li stimola come vorrebbero. La storia, narrata dalla voce fuori campo di un “vitellone” sconosciuto, è ambientata in una cittadina che ha qualcosa della Rimini del regista e mette in scena lì, grazie anche al lavoro degli sceneggiatori Tullio Pinelli e Ennio Flaiano – che inizia con Lo sceicco bianco (1952) e arriva fino a Giulietta degli spiriti (1965) -, in quelle strade che ben conosce, le vicende di cinque “vagabondi”. Ci sono Fausto (Franco Fabrizi), il collante del gruppo, è un seduttore che mente per salvarsi dalle situazioni, Alberto (Alberto Sordi, che vince il Nastro d’argento come attore non protagonista), nullafacente che vive in famiglia, sopravvive alle sue giornate prendendosi gioco degli altri – e forse ancor di più di se stesso -, Leopoldo (Leopoldo Trieste) vuole diventare commediografo e nel frattempo vive con le zie, servito e riverito, Riccardo (Riccardo Fellini), pur essendo parte del gruppo, sta nelle retrovie – forse perché è fratello del regista -, Moraldo (Franco Interlenghi), la coscienza del gruppo, è uno spettatore esterno della condotta degli amici.

Chi guarda viene trasportato tra quei fantasmi che un po’ toccano la memoria del regista (il film è anche, per certi versi, un’autobiografia) e che un po’ sono prodotti della mente di uno demiurgo.

I vitelloni Cinematograhe.itUna storia malinconica che riguarda tutti noi

I cinque giovani si muovono nella provincia eppure è come se stessero sempre fermi, bloccati in un’assurda stasi che li intrappola nelle loro stanche vite: camminano per le strade della loro cittadina fino quasi al mattino, come degli equilibristi si barcamenano nei loro giorni con il rischio di crollare, prigionieri nel loro piccolo mondo antico. Sono giovani disoccupati, irresponsabili, non fanno nulla per cambiare questa situazione e, quando tentano di mettere la testa a posto, continuano a sbagliare ancora e ancora. Fausto vorrebbe fuggire quando scopre che la sua fidanzata aspetta un bambino e quando la sposa e diventa padre ricade nel tradimento; Alberto controlla la sorella ma l’unico che dovrebbe essere controllato e lui stesso, si accoccola negli abbracci della madre forse per timore di perdersi in quegli degli altri; Moraldo assiste a ciò che accade agli altri non vivendo mai una “storia” sua ma è l’unico che ad un certo punto prende una decisione coraggiosa. Fellini compie una scelta particolare, mentre l’Italia glorifica e idolatra la buona gioventù che l’ha salvata, lui decide di narrare la miseria dei suoi protagonisti, la loro assenza di ideali e di aspettative per il futuro, la loro decisione di attendere tra le braccia della famiglia che qualche grazia arrivi invece di armarsi ed andare nel mondo.

Il regista sa essere con loro severo ma guarda i suoi personaggi accarezzandoli perché capisce benissimo i sentimenti di quei giovani, avendo partecipato a quella malinconia, avendo vissuto quel tempo immobile in cui ogni giorno è uguale al precedente e al successivo, essendo partito proprio da quei posti. I vitelloni è anche dunque una storia della malinconia, di una disperazione che esonda; ed è avvertibile tra una risata grottesca ed un travestimento. Sentimento che si ritrova perfettamente nello sguardo di Alberto, dopo il veglione di Carnevale, che, vestito da donna, dopo gli scherzi, i sorrisi, le fandonie può essere finalmente e inconsciamente se stesso. Abbraccia, metafora del suo bisogno dell’altro, una maschera di cartapesta, come unica in grado di capirlo e capace di accettare il suo vero volto. Alberto, ubriaco e solo, cammina come un disgraziato per le strade, ce l’ha con il mondo, con gli amici, con la vita, forse semplicemente con se stesso e con ciò che è; e l’unico che lo assiste nel disfacimento – che termina con l’arrivo a casa e l’incontro con la sorella che sta fuggendo dalla cittadina – è Moraldo, il buono, che sorride agli amici, che non si tira indietro nell’aiutarli, che tace di fronte i ripetuti tradimenti del cognato ai danni della sorella.

I vitelloni Cinematographe.itL’Italia, gli italiani e il maschio raccontati da Federico Fellini

I vitelloni è una commedia malinconica e cinica, che dà inizio a quella commedia italiana che farà grande il nostro cinema, in grado di confrontarsi con la guerra e i suoi strascichi, il boom economico e le ricchezze che “piovono dal cielo”, ma qui c’è un’amarezza senza pari, nascosta tra i sorrisi e i giochi che rendono questi ragazzi dei figli ancora non cresciuti – Alberto fa l’uomo di casa ma poi attende solo l’abbraccio confortante della madre, Fausto viene picchiato con la cinta dal padre, a causa del suo carattere volubile e farfallone, come fosse un adolescente e non un padre anch’egli. Il film di Fellini racconta molte cose: l’Italia post bellica, quella repubblicana, pronta al nuovo, a cambiare pelle, gli italiani mostrandoli in controluce con tutte le loro fragilità e paure, crudezze e vizi, giovani viziati che sperano di gioire di ricchezze che non sanno produrre, il maschio tornato dal fronte “infragilito”, figlio e non ancora uomo adulto, bisognoso di affetto, di carezze, intrappolato nell’immobilismo per combattere il frenetico dinamismo dell’uomo d’armi.

Un film che ha una compiutezza che conquista, un’omogeneità che non perde mai il giro e riesce a far innamorare lo spettatore dei suoi personaggi belli anche quando sono odiosi, teneri nonostante il loro cinismo, nonostante i tradimenti e l’immaturità, poetici anche quando fuggono dalle proprie responsabilità.

Leggi anche: I vitelloni: l’ambientazione del film di Federico Fellini

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