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Jackson (Luke Bracey) e Sloane (Emma Roberts) sono due single di Chicago che mal sopportano le feste comandate e i commenti inaspriti dei parenti sull’immancabile assenza di accompagnatori alle cene di famiglia. S’incontrano per caso e s’affittano a vicenda in occasioni di ricorrenze come Capodanno, San Valentino, San Patrizio, Pasqua, il 4 luglio, la festa del Ringraziamento e così via. Non sono friends with benefits nel senso tradizionale dell’espressione quanto piuttosto sodali platonici che uniscono le forze per arginare lo stigma sociale che inevitabilmente marchia a fuoco in trentenni non ancora accasati. Il patto resiste e funziona per un po’ finche qualcosa – spoiler: c’entra, inevitabilmente, il sesso – non manda in tilt l’ingranaggio.
È evidente già dalla sinossi che Holidate, il titolo Netflix disponibile per la visione degli abbonati dallo scorso 28 ottobre, s’inserisce pienamente nella tradizione della commedia romantica natalizia, anche se, in questo caso, le occasioni festive che permettono ai due protagonisti di incontrarsi non si limitano al solo periodo del Natale. Il soggetto è a dir poco trito, ma non è questo il maggiore limite del film. Il tema affrontato (si fa per dire) è, infatti, più che mai attuale: l’ansia di sapersi in ritardo rispetto a un’interiorizzata tabella di marcia, la delusione degli altri (ma anche propria) nel vedersi incapaci di raggiungere obiettivi personali che per altri sono facili. Si tratta del desiderio di essere come tutti, un desiderio, comune al genere umano, che nella società americana è forse tanto accentuato da rendere complicatissimo distinguere quanto sia indotto o autenticamente sentito (e, del resto, operare questa distinzione non è facile per nessuno).

Holidate: un film che manca di riscrivere in senso più attuale (e profondo) i cliché a cui aderisce

Holidate, Cinematographe.it
Emma Roberts e Luke Bracey sono i protagonisti di Holidate

Non è, dunque, l’indulgere in cliché il problema: avremmo sinceramente goduto di una romcom confezionata secondo i canoni del genere, declinata che fosse in senso più brillante o più amaro. Il problema è che Holidate non solo fa propri i cliché, ma vi si impaluda senza essere in grado di risemantizzarli, di reinserirli in una cornice di senso più ampia, ignorando di fatto gli spunti offerti del tema per lanciarsi tutta in una comicità demenziale fitta di avvitamenti, una comicità che, in questa transizione epocale, mal si accorda con l’esigenza sempre più martellante di un intrattenimento che sia qualcosa d’altro (e di più) che una serie di volgarità a sfondo sessuale, melensaggini, situazioni equivoche, incidenti imbarazzanti, conversazioni inverosimili a tono perennemente alzato o querulo.

Senza un timone autoriale prima ancora che registico, Holidate finisce per essere una somma di episodi privi di coesione, frammenti di maldestra comicità che paiono ‘sputati’ fuori da un generatore automatico che sarebbe l’ora e il caso di disattivare per sempre. È un peccato perché gli attori, pur stucchevolmente aderenti agli standard prestazionali del genere di riferimento, avrebbero potuto sostanziare con il loro corpo e la loro energia erotica un’ossatura che, però, è estremamente fragile e non basta a sostenere interpretazioni male indirizzate. Colpevole è, tuttavia, soprattutto il reparto di sceneggiatura, che non può misconoscere quanto oggi la torsione della scrittura debba essere un’altra, una reazione di saldatura tra levitas e capacità di intuire qualcosa d’inedito nel campo delle emozioni o, anche solo, più banalmente della sociologia dei rapporti, per restituire a chi guarda una qualche verità dovuta sulla temperatura dei nostri sentimenti.