voto del pubblico 1.7/5
voto finale 2.7/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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La stella del Saturday Night Live Amy Poehler torna alla regia dopo Wine Country (2019) con Girl Power: La rivoluzione comincia a scuola, adattamento cinematografico del romanzo Moxie (2015) di Jennifer Mathieu. L’intento della piattaforma appare ormai cristallino se si dà uno sguardo d’insieme all’assortimento del catalogo: sensibilizzare, più precisamente attecchire con forza sul giudizio critico di chi osserva, imponendosi con una strategia retorica che perde di efficacia ogni qual volta venga reiterata con poco garbo. La criticità della pellicola risiede proprio nel non sfruttare il vantaggio che le viene offerto, piuttosto sembra incedere con passo frenetico su condizioni e temi delicati che necessitano di un approfondimento pensato. Moxie punta su un cast fresco e dinamico, personaggi femminili scritti e descritti forsennatamente, bandiere di un’uguaglianza supplicata in modo esasperante che – esclusi striscioni, stelline sulle mani, insulti al patriarcato dall’oggi al domani – non riescono a farsi portavoce di un movimento di rivolta, anche per via di una sceneggiatura che, nel tentativo di esaltarne la vena riottosa, le relega a personaggi macchiettistici senza nessun intento comunicativo efficace.

Girl Power – La rivoluzione comincia a scuola: la perfezione patinata delle high schools

Vivian (Hadley Robinson) ha 16 anni, vive da sola con la madre Lisa (Amy Poehler) e frequenta il terzo anno del liceo alla Rockport High School insieme alla sua migliore amica Claudia (Lauren Tsai). Il rigido classismo gerarchico tipico delle high schools le vuole invisibili – come da manuale – per tutto il resto dell’entourage scolastico, circondate da atleti in divisa, cheerleaders con i pon-pon, sottogruppi di matematici, chimici, musicisti, emarginati, artisti che compongono il “complesso” arazzo esistenziale dell’adolescenza. A sovvertire l’ordine liceale arriva Lucy (Alycia Pascual) fermamente decisa a non assecondare -né compiacere- gli atteggiamenti oppressivi e molesti dei ragazzi del Rockport, dipinti come animali animati dai più bassi istinti alle prese con classifiche indegne (“La più chiavabile”, “Il più bel culo del Rockport”, “La miglior sveltina”). Liste banalizzate da un corpo docenti che preferisce attenuare il clamore per evitare seccature burocratiche e respinge nell’anonimato ogni richiesta di aiuto delle giovani studentesse. Alla ricerca di una causa che le stia veramente a cuore (questo il tema scelto dalla Berkeley per valutare gli aspiranti candidati) Vivian dà vita a Moxie, una fanzine di rivolta che si trasforma presto nel Manifesto di un gruppo eterogeneo di personalità determinate ad ottenere la giusta attenzione dall’istituzione scolastica.

Riot grrrl e fanzine: il femminismo intersezionale

La fanzine (it. fanzina – rivista amatoriale) è una pubblicazione non ufficiale prodotta da entusiasti di un particolare fenomeno culturale (genere letterario, musicale) per esportare il proprio “credo” e spingerlo alla condivisione da parte di altri utenti interessati. Si tratta di una parola macedonia, ossia un termine che nasce dalla contrazione delle parole fan (fanatic, appassionato) e magazine. Nascono negli anni venti e trenta come espressione del mondo fantascientifico, ma è solo con il movimento punk degli anni settanta che si diffondono come uno strumento di stampa indipendente sotto il segno del do it yourself (fai da te, contro la stampa musicale ufficiale mainstream).

A risuonare in Girl Power: La rivoluzione comincia a scuola è la punk band delle Bikini Kill, protagoniste indiscusse dei manifesti delle Riot Grrrl, un movimento che si inserisce nella terza ondata femminista iniziata negli anni novanta a Washington. A differenza delle precedenti, il femminismo intersezionale della terza ondata considera non solo le problematiche delle donne bianche e della classe media, ma delle donne di ogni genere, classe, etnia e religione e lo fa esprimendosi come i musicisti avevano fatto fino a quel momento, affrontando temi cruciali come abuso domestico, razzismo, disuguaglianze di genere, aborto e stupro. Vittime di una doppia oppressione le femministe nere, lesbiche degli anni settanta presero coscienza della discriminazione operata nei loro confronti dalle compagne di lotta bianche eterosessuali: analizzare l’intersezione tra assi di oppressione rende lo studio politico e sociale più stratificato e comprensivo. Di buono, nel film di Amy Poehler, c’è il tentativo di educare fin dall’adolescenza, costruire esempi di femminismo acerbi tuttavia presenti, attivi. La stessa protagonista, Vivian, è un modello imperfetto di femminismo che passa dalla completa e negligente accettazione dello status quo, alla sensibilizzazione orientata, alla consapevolezza della disparità e alla manifestazione collettiva di un senso di repulsione per chiunque incoraggi i soprusi e si finga cieco e sordo di fronte alla loro denuncia.

La ricetta per un titolo inefficace

• Sezionare un insieme eterogeneo di studenti e studentesse in gruppi sociali chiusi, animati da rigide regole comportamentali e codici di abbigliamento

• Scrivere ciascun personaggio attenendosi – in maniera conforme – allo stereotipo vigente per quella determinata categoria sociale

• Inserire due personaggi (esclusivamente bianchi, si intende) ai vertici dell’istituzione scolastica e rappresentarli come due esseri inetti, del tutto privi di raziocinio o empatia (fino all’atto finale, si intende di nuovo)

• Prendere un esemplare esistenziale per genere, classe, razza, etnia, orientamento sessuale, religione, disabilità specifica e gettarlo -senza approfondirne storia, vissuto, criticità della sua condizione- in un calderone esaltato da una sceneggiatura inclusiva sì, nel senso che include tutto, ma proprio tutto, persino lo stupro. Negli ultimi 3 minuti di film.

Nel complesso, per nulla complesso, il film si risolleva grazie alle categorie tecniche che ammortizzano la carenza della sceneggiatura e lo rendono –uno tra i tanti– titoli Netflix.