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C’è voluto più del previsto ma alla fine Galveston di Mélanie Laurent è approdato nelle sale nostrane. La data scelta da Movies Inspired per il debutto su suolo italiano è il 6 agosto. Certo la distribuzione in piena stagione balneare, per di più post blocco pandemico, non è proprio delle migliori, ma del resto chi si accontenta gode e in tempo di vacche magre ogni occasione va presa al volo. Ed ecco che, a due anni di distanza circa dalla prima apparizione pubblica al South by Southwest, il quarto film da regista dell’attrice francese (il primo in lingua inglese) ha trovato spazio anche da noi, motivo a sufficienza per passarlo sotto la lente critica per scovarne pregi e difetti, qualora ve ne siano in entrambi i sensi.

Galveston, la trasposizione dell’omonimo romanzo di Nic Pizzolatto che prima firma la sceneggiatura e poi disconosce il risultato

La storia è quella di Roy, un sicario alcolizzato sulla soglia dei quaranta al quale viene diagnosticato un cancro terminale ai polmoni, che un giorno sopravvive a un’imboscata tesagli dal suo stesso boss in un appartamento. Lì incontra una prostituta diciannovenne e fugge con lei in una località del Texas, dove i due si aiuteranno a vicenda e, guardandosi le spalle da chi li vuole morti, troveranno il modo di fare i conti con il proprio passato. I più attenti avranno riconosciuto in queste poche righe di sinossi il plot di Galveston, il romanzo del 2010 scritto da Nic Pizzolatto, del quale infatti il film in questione è l’adattamento cinematografico. Una trasposizione della quale lo scrittore probabilmente non è particolarmente fiero, vista la decisione di firmare la sceneggiatura del film sotto lo pseudonimo di Jim Hammett a causa delle divergenze avute in fase di scrittura con la regista. Fatto sta, l’autore del romanzo ha disconosciuto il risultato, decisione che però non ha impedito alla pellicola di venire al mondo e di fare il suo percorso.

Galveston, un classico road movie a stelle e strisce

Galveston cinematographe.it

Ora non sapremo mai cosa abbia provocato la rottura e sinceramente non ci interessa, perché il nostro compito resta lo stesso, ossia quello di giudicare quanto apparso davanti ai nostri occhi. Quel qualcosa è il classico road movie a stelle e strisce, ma riletto con uno sguardo europeo che crea un interessante mix di approcci alla materia, al filone e alle sue atmosfere, dove il cuore pulsante della timeline è rappresentato dalla centralità assoluta dei personaggi e delle dinamiche di allontanamento e avvicinamento che si vengono a creare lungo il cammino. Per questo in un’opera basata su un racconto piuttosto codificato, l’attenzione maggiore dello spettatore va rivolta principalmente a chi le fasi della narrazione le carica di emozioni forti e cangianti. Quel qualcuno appartiene a due realtà e a due solitudini lontane, ma con altrettanti dolorosi passati alle spalle, uniti in una fuga che  inizialmente li pone in rotta di collisione e poi li tramuta in complici. Peccato che le loro strade sono destinate a separarsi in un epilogo che coglie tutti di sorpresa, lasciando il segno.

Elle Fanning e Ben Foster si caricano sulle spalle tutto il peso del film e alzano l’asticella emotiva ogni volta che lo script glielo permette

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Per tutti questi motivi, la Laurent da brava attrice qual è ha capito sin dall’inizio che per dare sostanza a Galveston aveva assolutamente bisogno di due colleghi bravi e di peso, due “cavalli di razza” ai quali affidare dei personaggi lineari nelle rispettive one-lines, ma tridimensionali nelle numerose sfumature che sono chiamati a restituire nell’arco del racconto. Insomma, attori capaci di cucirsi addosso le figure di Roy e Rocky, sulle spalle delle quali si regge tutto il peso di un film altrimenti fortemente a rischio noia. Fortuna per lei, la regista ha potuto contare sull’intensità e il talento ormai riconosciuto di Elle Fanning e Ben Foster, che sullo schermo danno tutto e di più. Le loro non sono le performance della vita, ma riescono ad alzare l’asticella del coinvolgimento empatico del pubblico ogni volta che le scene e i dialoghi spingono sul pedale dell’acceleratore (vedi la confessione di Rocky a Roy nella stanza del motel).

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