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Dopo il controverso adattamento live-action di Death Note, che aveva unito critica e pubblico nel biasimarne la produzione, un altro celebre manga ha subito il medesimo processo diventando un film con attori in carne e ossa. Questa volta il soggetto è tratto da Fullmetal Alchemist, opera prima della mangaka Hiromu Arakawa che miscela fantasy, fantascienza e influenze steampunk in un racconto monumentale ed epico che, come le migliori storie, costruisce le sue fondamenta su un nucleo molto semplice: l’amore tra due fratelli e le conseguenze che derivano da un gesto dettato dalla disperazione.

La storia è ambientata in un universo alternativo in cui l’alchimia, la pratica esoterica di trasformare la materia, è considerata una scienza a tutti gli effetti, e per questo oggetto di studio, pratica e legislazione. I giovani Edward e Alphonse Elric, tra i migliori alchimisti del mondo nonostante la loro età, girano il mondo alla ricerca della leggendaria pietra filosofale, l’unico artefatto che consentirebbe loro di praticare l’alchimia senza dover rispettare i limiti imposti dalla legge dello scambio equivalente, che impone loro di dover sempre sacrificare qualcosa per ottenere un risultato di pari valore durante una trasmutazione alchemica.

La loro ricerca non è fine a sé stessa, ma dettata da interessi molto personali. Anni prima, infatti, per cercare di resuscitare la madre morta, i due fratelli hanno dovuto sacrificare parti dei loro corpi: Edward ha perduto un braccio e una gamba, mentre Alphonse l’intero corpo. Solo l’intervento di Edward, che ne ha legato lo spirito a un’armatura, ha impedito ad Alphonse di svanire completamente e gli ha concesso di sperare di poter riavere, un giorno, il proprio corpo.

La trama del manga si sviluppa notevolmente nel corso della narrazione, allargando progressivamente la sua prospettiva fino a svelare una mostruosa cospirazione ordita da una creatura nascosta da secoli nelle viscere della capitale del loro regno, un essere che brama di diventare immortale utilizzando l’alchimia per sfidare Dio.

Fullmetal Alchemist: una sceneggiatura maldestra che svilisce l’ottimo materiale originale

Ben poco di questo materiale riesce a superare le strette maglie della sceneggiatura per arrivare nel lungometraggio live-action. Per stessa ammissione del regista Fumihiko Sori (Dragon Age: Dawn of the Seeker, Ping Pong), il proposito di condensare la storia del manga in un unico film l’ha costretto a praticare severi tagli nel racconto, sacrificando la maggiore (e migliore) parte della trama per concentrarsi sui fratelli Elric e la loro ricerca della pietra filosofale. Un lavoro di eliminazione piuttosto che di sintesi, dunque, che ha semplificato enormemente una storia dagli ampi risvolti filosofici ed etici e dalle imprevedibili e continue svolte di trama, fino a ridurre Fullmetal Alchemist a un ordinario fantasy privo di una particolare identità.

Fullmetal Alchemist
L’armatura cui è legata l’anima di Alphonse Elric nell’adattamento di Fullmetal Alchemist

Conseguenza diretta del maldestro lavoro di sceneggiatura, che sembra incapace di discernere tra elementi fondamentali dell’intreccio ed episodi secondari, è la trama confusionaria e piena di buchi, in cui moltissimi spunti vengono suggeriti ma mai sviluppati e diverse linee narrative irrompono nel racconto solo per essere sbrigativamente risolte pochi minuti dopo. Un trattamento della storia che denota una spiccata noncuranza non solo nell’adattamento del materiale di partenza ma anche nella stesura di un lungometraggio coerente e coeso: Fullmetal Alchemist ha un andamento episodico in cui le varie sequenze si susseguono seguendo apparentemente solo l’ordine dettato dall’ispirazione del momento, con solo una vaga idea di dove approdare nel finale.

Queste caratteristiche della sceneggiatura fanno sì che Fullmetal Alchemist sia un film inutilmente contorto e confuso nonostante la semplicità della storia narrata. A poco serve arrivare preparati dalla lettura del manga: il film di Sori riesce nell’impresa di ingarbugliare un generico riassunto al punto da rendere quasi inestricabile l’intreccio a causa delle lacune nel copione, finendo per smarrirsi in un labirinto di personaggi e situazioni dal quale il film, paradossalmente, alla fine non riesce più a uscire, rinunciando a risolvere l’unico punto della trama che aveva scelto di sviluppare in maniera più o meno coerente.

Fullmetal Alchemist
Ryosuke Yamada (Edward) in una scena del film

Un peccato, dal momento che per il resto si tratta di un film molto ben realizzato. La regia di Sori, ad esempio, rifiuta di lasciarsi andare a particolari guizzi artistici, assistendosi su un livello scolastico accettabile ma decisamente sottotono per l’argomento trattato; un lavoro senza infamia e senza lode che, se non delude, non eccita nemmeno. Le scenografie e la scelta delle location conferiscono al film il medesimo sapore mitteleuropeo del manga, e l’accuratezza dei dettagli è encomiabile, sia negli oggetti di scena che nei costumi. Da notare sono però soprattutto gli ottimi effetti speciali di cui fa uso il film, generati con una computer grafica all’avanguardia in Giappone – per quanto appaiano già superata se confrontata con i risultati provenienti dall’altra sponda del Pacifico. Le scene di alchimia sono molto ben realizzate, sebbene spicchino per il loro numero ridotto, e gli effetto speciali appaiono decisamente integrati con l’ambiente dal vero, come nel caso dell’armatura di Alphonse, generata in motion capture, o la manifestazione dei poteri degli homunculus.

Fullmetal Alchemist: l’ennesimo fallimento nell’adattamento di un celebre manga

Fullmetal Alchemist è, a conti fatti, un fallimento. A fronte di una produzione imponente, il risultato finale è non solo modesto, ma apatico e privo da carisma. Lo svolgimento eccessivamente verboso della trama e la scarsa incisività dei dialoghi e delle interpretazioni non convincono fino in fondo, impedendo al film di coinvolgere e appassionare davvero lo spettatore. Soprattutto, però, diventa legittimo domandarsi quale sia lo scopo di un film che non racconta nulla.

Fullmetal Alchemist
Il colonnello Mustang (Dean Fujioka) in una scena del film

Nel corso delle sue due ore abbondanti, Fullmetal Alchemist imbastisce una serie di discorsi che porta a termine solo in minima parte senza mai risolvere in maniera soddisfacente nessuna delle linee narrative che apre; perfino nel fiacco climax finale la vicenda si conclude fin troppo facilmente, rifiutando qualsiasi epicità e intensità. Ma a sorprendere è la scelta di Sori di non concludere l’arco narrativo incentrato su Edward e Alphonse, chiudendo il film con un fiale aperto che potrebbe, oppure no, avere un seguito. In entrambi i casi, i problemi sarebbero molti: Fullmetal Alchemist non racconta abbastanza per poter essere considerato un film soddisfacente, ma allo stesso tempo utilizza già diversi colpi di scena dal finale del manga precludendone l’uso in un eventuale sequel.

Alla mancanza di una conclusione effettiva consegue l’assenza di un reale messaggio che il film cerca di trasmettere. Di cosa parla Fullmetal Alchemist? Essendo rimossi il lungo viaggio di crescita e i complessi conflitti che i personaggi affrontano, il film fa l’effetto di una confezione gradevole allo sguardo ma miseramente vuota, un’opera che non lascia niente in seguito alla visione se non un senso di smarrimento e un considerevole amaro in bocca. Viene da chiedersi, a questo punto, dopo tanti adattamenti live-action di manga e anime celebri, quale sia lo scopo di questa iniziativa dal momento che i risultati finora ottenuti brillano unicamente per la loro approssimazione, sia che si tratti di produzioni statunitensi che nipponiche. Forse sarebbe necessario considerare la possibilità che il cinema dal vero possa non essere il medium più adatto a ospitare queste storie complesse e articolate che, non a caso, hanno avuto il loro massimo splendore tra le pagine dei manga.

Fullmetal Alchemist di Fumihiko Sori è attualmente disponibile su Netflix.

PANORAMICA RECENSIONE
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione