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Un film che non ha bisogno di presentazioni, Frankenstein Junior continua a divertire e intrattenere tutte le generazioni, grazie a una maestria sottile e decisamente soddisfacente nel gestire l’ironia e i tempi comici. Dire che il film è un cult potrebbe essere addirittura riduttivo e gran parte del suo successo lo deve proprio al trattamento di commedia riservato a un classico della letteratura dark.

Le performance di Gene Wilder e Marty Feldman guidano un manipolo di personaggi ficcanti e centratissimi, interpretati tra gli altri da Peter Boyle, Madeline Khan e Gene Hackman, e tutti insieme compongono un cast che sa dare vita sullo schermo a quella fanfara di strampalati figuri che Mel Brooks aveva in mente (e che nello stesso 1974 aveva firmato anche Mezzogiorno e mezzo di fuoco.

Frankenstein Junior - Cinematographe.it
Gene Wilder mentre esclama il celeberrimo “Si può fare!”

Nonostante Frankenstein Junior risieda stabilmente nell’Olimpo dei film intoccabili, il trattamento riservato alla sceneggiatura in fase di traduzione ha dovuto tener conto di non pochi ostacoli, che in alcuni casi hanno mantenuto il senso ludico e comico, minando però comunque il lato più pungente che caratterizzano i sui giochi di parole.

Frankenstein Junior: un film immortale

Le rese linguistiche in italiano diventano dubbie in alcuni casi, ma si evince quanto questo sia stato fatto per non stravolgere del tutto il testo originale, vale a dire per rimanere il più fedeli possibile alla versione inglese, scardinando in parte il senso ritmico del dialogo. Per fare un paio di esempi basta citare il celebre “Si può fare!” urlato da un Gene Wilder dallo sguardo allucinato. La versione originale, in realtà, non esprime tutta questa sicurezza del risultato, preferendo una frase più aperta alle possibilità del caso: “It could work!”. Condizionale, non indicativo; per di più un condizionale indicante possibilità, non dovere. Con questo si rivela ancora di più la poca sensatezza dell’esperimento dello scienziato che basa tutto su delle intuizioni dal risultato a dir poco dubbio.

A fare le spese della traduzione è però soprattutto la sequenza in cui il protagonista, preso al collo dal mostro di sua creazione, cerca di suggerire di sedare il mostro. Il gioco dei mimi ha una lunga tradizione anglosassone, ricca di regole e indizi permessi che articolano a dismisura un gioco che resterebbe altrimenti più limitato. La richiesta di aiuto da parte del Dr. Frankenstein si può quindi avvalere di divisione in sillabe e dell’uso del gesto “sounds like” (assonanza indicata con lo scuotimento dell’orecchio) per indicare una parola assonante. In questo senso diventa un’impresa ardua restituire il gioco di parole “seda-give/seda-tive” che in italiano finisce con il risultare un po’ maldestro in “seda-davo/seda-tivo”.

Si potrebbero enunciare ancora l’episodio del cervello di A. B. Normal e “Lupo ululà, castello ululì”, ma il concetto è già abbastanza chiaro. Tanto di cappello ai traduttori che Gene Wilder e Mel Brooks hanno messo alla prova, in pochi avrebbero (e hanno) saputo fare di meglio.

Frankenstein Junior - Cinematographe.it
Gene Wilder e Marty Feldman nei panni del Dr. Frankenstein e Igor.

Se un film come Frankenstein Junior è stato comunque capace di affrontare questi problemi e affrancarsi dai vincoli linguistici, significa che il lavoro comico che sottende non ha motivo di porsi limiti e, anzi, mette ancor più in risalto la bravura di ogni tassello della lavorazione, che ha saputo rendere immortale e universale un’opera profondamente radicata in terra britannica. Recitazione, sceneggiatura e concezione estetica della storia permettono insomma di armonizzare tutto il racconto, consegnando una pagina di irriverente storia del cinema (e non solo).

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