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L’argomento trattato è quanto mai serioso e ben da calibrare. Frances Ferguson, dal nome della protagonista degli eventi nonché titolo dell’opera dell’autore Bob Byington su sceneggiatura di Scott King, è infatti evento basato su accadimenti reali, che vedono la supplente americana, giovane, sposata, madre di una figlia e patologicamente insoddisfatta, venire messa a processo e portata in carcere dopo il suo flirt, con consecutiva consumazione dell’atto, insieme a un suo studente sedicenne. Schedata come maniaca sessuale, esclusa da tutte le aree e le zone in prossimità di scuole e luoghi dedicati agli infanti, l’esistenza della Ferguson comincerà esponenzialmente a cambiare, non abbastanza per toglierle quella patina di inappagamento e piattezza che la contraddistingueranno per tutta la pellicola.

Eppure, pur consapevoli indubbiamente della valenza che un tema come quello di una molestia su minore può comportare, i toni che lo sceneggiatore e il regista adottano portano Frances Ferguson nei territori della commedia. Non quella spensierata e con istanti demenziali, né aperta al grande umorismo o al perseguimento agonistico della risata. Il film di Bob Byington si imposta come documentario – mockumentary, se si andasse ad analizzare il modulo della pellicola, ma tenendo sempre presente che, in questo caso, gli avvenimenti sono veritieri -, un inseguimento che comincia prima ancora della scappatella che l’insegnante si concede con il proprio studente, come a stabilire l’ambiente e la dimensione familiare e lavorativa in cui versava la giovane donna.

Frances Ferguson – La leggerezza nella scabrosità del fattofrancés Ferguson, recensione

Dopo aver, dunque, dato spazio alla normalità sofferta da Frances, l’opera concentra, senza rimarcare con volgarità o sfrontatezza, l’esito di tale, perenne scontento, mandando a processo la protagonista e seguendola tra le mura della prigione fino al successivo rilascio. È per questa sua insolita leggerezza su una questione possibilmente tanto scabrosa a rendere il film di Byington un livello sopra il concetto di surreale. Un momento di visione curioso che rinnova per l’intera durata la sconcertante soluzione narrativa apportata, che si sussegue sempre uguale e sempre con medesimo distacco bizzarro, per una opera che sa certamente rendersi quanto mai particolare.

Questa “storia di una donna alla deriva nel Midwest” sa rimanere attenta ai meccanismi interni della propria scrittura, dediti al mantenimento costante e inerente di quell’atmosfera stravagante, che però rimane meno illuminata per ciò che riguarda la sua controparte visiva. Una mancanza di raffinatezze che rendono la pellicola bassa e povera, certamente in maniera voluta in ben più di un punto, ma nonostante questo evidentemente proiettata verso un tipo di cinema meno abbellito, che cerca però di fare della propria poca grazia un ulteriore modello espressivo con cui portare a compimento l’intera opera.

Frances Ferguson – L’impassibilità della protagonista Kaley Whelessfrancés Ferguson

Una dimensione che stranisce lo spettatore, che deve sforzarsi di comprendere la lontananza che il film adotta dal proprio contenuto e la sua elaborazione separata, seppur poi assemblata insieme e collegata alla protagonista Kaley Wheless. Un volto perfetto per ciò che il regista voleva venisse espresso allo spettatore, con la Wheless e quel senso di insoddisfazione cronica di cui non si percepisce mai alcun cambiamento, rendendo ulteriormente chiaro il desiderio del film di esserci e basta, senza dover affrontare con alterigia la condotta della professoressa e permettendole di mantenere quell’espressione spocchiosa per tutto il minutaggio della pellicola.

Una donna infelice, che prosegue l’esistenza infelice e che arriva, alla fine, infelice. Ma, nonostante questo, una pellicola che, pur non riuscendo a mantenere per tutto il tempo quel tipo di comicità fittizia, sa comunque prendere la propria inconcepibilità e sfruttarla a proprio favore.

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