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Takashi Miike o Miike Takashi. Cambiano gli addendi ma non il risultato, che vuole il prolifico cineasta nipponico autore di una filmografia nutrita e variegata (più di un centinaio di titoli all’attivo sino a oggi) davvero inimitabile, che stagione dopo stagione si arricchisce di nuove perle. Ultima in ordine di tempo ad affacciarsi sullo schermo è First Love, scelto dalla direzione artistica del Milano Film Festival come chiusura della 24esima edizione. Ed è nella kermesse meneghina che abbiamo avuto la possibilità di recuperare e apprezzare la pellicola dopo la première in quel di Cannes 2019 nella sezione Quinzaine des Réalisateurs.

First Love: dall’anteprima a Cannes alla chiusura del 24° Milano Film Festival

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Temiamo purtroppo che difficilmente la pellicola in questione avrà una distribuzione nelle sale italiane se non nel circuito festivaliero, nonostante sia tra le più accessibili al grande pubblico tra quelle da lui realizzate. Quella milanese è stata dunque un’occasione ghiotta da non farsi sfuggire per fare nostra la visione dell’ultima follia cinetica di un autore che, produttivamente parlando, tra molti alti e pochi bassi, continua a dimostrarsi un vero e proprio schiacciasassi, oltre che un pozzo senza fondo di storie e personaggi che lasciano il segno del loro passaggio nella retina dello spettatore di turno.

Nel suo inesauribile vagabondare nei generi, Miike torna puntualmente al suo primo grande amore, lo yakuza movie, quasi fosse un pit stop necessario di volta in volta per ricaricare le batterie dopo le sortite in altri filoni. Ed eccolo qui che lo vediamo alle prese con un crime ibridato che mescola in una maionese impazzita commedia e romance. Eppure il prologo e i venti minuti iniziali lasciano ipotizzare una sortita nello sport-drama, con una vicenda ambientata nel mondo della boxe, ma si tratta solo di un po’ di fumo gettato negli occhi del fruitore per mescolare le carte in tavola.

First Love: un autentico ginepraio destinato a trasformarsi in un tritacarne dal quale provare a sopravvivere

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A First Love, infatti, è sufficiente un battito di ciglia dello spettatore per cambiare totalmente fisionomia scaraventando tutti noi e il giovane pugile protagonista in un allegro gioco al massacro, di quelli ai quali da un trentennio a questa parte Miike ci ha abituati e che puntualmente siamo felici di ricevere. Basta che il personaggio di turno si trovi al momento sbagliato nel posto sbagliato per gettare lui e la ragazza che si trova a soccorrere per caso, una callgirl con non pochi problemi mentali, in un autentico ginepraio destinato a trasformarsi in un tritacarne dal quale provare a sopravvivere. Ed ecco che ci ritroviamo tutto a un tratto nel valzer di lame affilate e proiettili, voltafaccia e tradimenti che tanto piace al regista giapponese, con l’eroe e la principessa costretti a vedersela con un poliziotto corrotto, uno della yakuza, un killer e il nemico giurato di lui.

Tokyo si trasforma così in un ring senza corde dove si fronteggiano nell’arco di 24 ore un gruppo di personaggi che si vogliono eliminare a vicenda. Questa lotta a tutto campo senza esclusioni di colpi scorretti sopra e sotto la cintura non è la più assurda tra quelle offerte da Miike, ma dall’inseguimento con sparatoria in poi sino al balistico e marziale showdown nel centro commerciale lo spettacolo è garantito e da solo è sufficiente a ripagare il prezzo del biglietto.

First Love: una dose abbondante di virtuosismi mescolati a doppi e tripli salti mortali tecnici e narrativi

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Dopo avere scaldato più del dovuto il motore, l’autore finalmente pigia il piede sull’acceleratore per non toglierlo più. Da quel momento, con la quinta inserita, First Love regala a chi ha avuto la pazienza di attendere una dose abbondante di virtuosismi mescolati a doppi e tripli salti mortali tecnici e narrativi, appoggiati a schemi e archetipi riconoscibili del genere chiamato in causa. L’epilogo si presta così a una furia iconoclasta che non conosce freni. Ma c’è da dire per la cronaca che visti i precedenti, qui l’autore di Audition, Ichi the Killer o Izo ci è andato decisamente più leggero del solito se si pensa ai bagni di sangue e di violenza spinta all’eccesso che è stato capace di firmare. Rivedere per credere.

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